La holding non elimina l’imposta: la rinvia, e nel frattempo consente di usare quelle risorse per far crescere l’impresa. Il problema quasi mai è la sua costituzione, che la legge consente. È ciò che si fa dopo con la liquidità.
Da qualche tempo circola un’idea seducente: si costituisce una holding, le si conferiscono le quote della propria società e da quel momento gli utili costano l’1,2% invece del 26%. Detta così, è una mezza verità. E le mezze verità, in materia fiscale, sono le più costose.
La holding funziona, e funziona bene. Ma funziona per quello che è: un contenitore che raccoglie le partecipazioni, governa il gruppo, accumula risorse e le reinveste. Quando la società operativa distribuisce utili alla holding, il prelievo è minimo. Quando però quegli stessi utili devono arrivare all’imprenditore, alla sua persona e al suo conto corrente, la tassazione torna quella di sempre.
Dove le operazioni si incrinano
Il problema quasi mai è la costituzione della holding, che la legge consente e che l’Agenzia delle Entrate, anche nel 2026, ha più volte riconosciuto come legittima. Il problema è ciò che si fa dopo con la liquidità. Chi pensa di far tornare quei soldi al socio per vie traverse, rimborsando riserve, restituendo finanziamenti nati per l’occasione o intestando alla holding la casa al mare e la barca di famiglia, sta trasformando uno strumento di organizzazione in un’operazione contestabile.
Che cosa ha detto l’Agenzia quest’estate
Esaminando un conferimento seguito dalla distribuzione di dividendi alla holding e dal rimborso di finanziamenti al socio, l’Agenzia ha escluso l’abuso, ma a una condizione precisa: se nei fatti la liquidità fosse servita soltanto a riportare denaro al socio, il giudizio sarebbe stato diverso (risposta n. 155 del 7 agosto 2026).
Il messaggio è netto: la stessa operazione può essere corretta o abusiva a seconda di come verrà usata la cassa negli anni successivi.
Le strade che sembrano più eleganti e non lo sono
Rimborsare la riserva nata dal conferimento non funziona finché in società ci sono utili, perché la legge presume che a uscire per primi siano proprio quelli e li tassa come dividendo. Vendere le proprie quote a una società controllata, che si indebita per pagarle e ripaga il debito con i dividendi, è uno schema che l’Amministrazione considera da anni potenzialmente abusivo. Usare la holding come cassa personale, infine, genera redditi tassabili in capo al socio e costi che la società non può dedurre.
Il rischio opposto: la cassa ferma
Esiste anche il rischio contrario: la holding che accumula e non fa nulla. Nessuno è obbligato a distribuire utili, e una contestazione fondata sul semplice trattenimento della liquidità è giuridicamente debole. Ma una cassa ferma, senza progetto e senza orizzonte, è comunque un segnale che in sede di verifica attira domande.
Che cosa regge
Regge la holding che fa la holding: finanzia le società del gruppo, acquisisce nuove partecipazioni, sostiene investimenti, prepara il passaggio generazionale, gestisce il patrimonio con una politica chiara. Regge il dividendo al socio pagato come dividendo, con le sue imposte.
E regge, soprattutto, l’operazione che si spiega da sola: verbali che motivano le scelte, un piano degli investimenti, una governance coerente con le ragioni dichiarate all’inizio. Le ragioni non fiscali di una holding non si dimostrano scrivendole nell’atto, ma con ciò che la holding fa negli anni successivi.
La cassaforte del gruppo
La holding resta uno degli strumenti più efficaci per organizzare un patrimonio d’impresa. Proprio per questo va trattata per ciò che è: la cassaforte del gruppo, non il bancomat del socio.