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Il credito si costruisce prima di averne bisogno

Quanto debito può sostenere davvero un’impresa? La domanda che conta non è quanto credito il sistema bancario sia disposto a concedere, ma quanto l’impresa possa sostenerne senza compromettere il proprio equilibrio finanziario e la capacità di continuare a investire. E non si tratta soltanto di buona gestione: conoscere la propria capacità di indebitamento rientra negli assetti adeguati che l’art. 2086, comma 2, c.c. e l’art. 3 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza pongono a carico dell’organo amministrativo.

È una delle domande più frequenti nella gestione finanziaria d’impresa, e quasi sempre viene posta nella forma sbagliata. Chiedersi quanto credito si può ottenere significa affidare la risposta a un soggetto esterno. Chiedersi quanto debito si può sostenere significa ricondurla a un’analisi che appartiene all’impresa, e che può essere svolta prima che il fabbisogno si manifesti.

Dove si legge davvero la capacità di indebitamento

La capacità di indebitamento, del resto, non si legge nel conto economico, e fatturato e marginalità non bastano a misurarla. Dipende dalla generazione di cassa, cioè da quanto dei margini si traduce effettivamente in liquidità disponibile; dalla posizione finanziaria netta, che misura l’esposizione già in essere al netto delle disponibilità; dalla sostenibilità del servizio del debito, ossia dal rapporto fra i flussi attesi e le rate da onorare; dal capitale circolante, che in fase di crescita assorbe risorse anziché liberarne; dagli investimenti programmati, che impegnano cassa futura; e dalla distribuzione delle scadenze nel tempo, perché un indebitamento sostenibile nel complesso può diventare critico se concentrato in pochi mesi.

Per questo due imprese con dimensioni e risultati economici apparentemente analoghi possono presentare capacità finanziarie profondamente diverse. Un’azienda che fattura quanto un’altra ma incassa a centoventi giorni, paga i fornitori a sessanta e ha investimenti programmati nel prossimo esercizio dispone di uno spazio di indebitamento sensibilmente più ridotto, a parità di utile dichiarato.

Il debito, quando è dimensionato correttamente, non è una debolezza

Ne discende una conclusione che vale la pena esplicitare, perché la percezione diffusa è l’opposta. Il ricorso al capitale di terzi, se proporzionato alla capacità di rimborso, è uno strumento di gestione: consente di finanziare la crescita senza erodere la liquidità operativa, di preservare le risorse proprie per gli imprevisti e di sostenere nuovi investimenti mantenendo un equilibrio corretto fra capitale proprio e capitale di terzi.

Ciò che genera fragilità non è il debito in sé, ma il debito mal dimensionato: assunto senza una proiezione dei flussi, strutturato su scadenze incompatibili con i tempi di ritorno dell’investimento che finanzia, o concentrato presso un numero troppo ristretto di controparti.

L’errore, nella maggior parte dei casi, riguarda il tempismo

Il tema del credito viene affrontato quasi sempre quando emerge un fabbisogno urgente di liquidità, che è il momento peggiore possibile, per tre ragioni che si sommano.

La prima è negoziale: chi si presenta con una necessità immediata negozia dalla posizione più debole, e il costo dell’operazione non si misura soltanto nel tasso, ma nelle garanzie richieste, nei covenant accettati e nella durata concessa.

La seconda è istruttoria: la valutazione del merito creditizio guarda ai dati degli esercizi chiusi e alla qualità della documentazione prospettica. Un piano finanziario costruito in quindici giorni per accompagnare una richiesta urgente non ha la stessa credibilità di una pianificazione che l’impresa conduce ordinariamente.

La terza riguarda gli obblighi dell’organo amministrativo. La verifica della sostenibilità dei debiti almeno per i dodici mesi successivi e la rilevazione tempestiva degli squilibri non sono buone pratiche facoltative: sono il contenuto degli assetti adeguati richiesti dalle norme richiamate in apertura. L’art. 3, comma 4, del Codice individua inoltre tra i segnali d’allarme proprio i debiti scaduti, oltre determinate soglie, verso dipendenti, fornitori, banche e intermediari finanziari e creditori pubblici qualificati. Chi affronta il credito solo nell’urgenza rischia così di farlo quando quei segnali sono già maturati. L’impresa che conosce la propria capacità di indebitamento sta già facendo, sul piano finanziario, ciò che la norma le chiede sul piano organizzativo.

Ciò che si costruisce prima

La capacità finanziaria, in definitiva, non si ottiene: si costruisce. Attraverso la pianificazione dei fabbisogni, che anticipa quando e perché la cassa servirà; il controllo dei flussi prospettici, che rende verificabile ciò che l’impresa dichiara di attendersi; e una struttura dell’indebitamento coerente con gli obiettivi, in cui ogni linea di credito ha una funzione, una durata e una fonte di rimborso identificate.

È da questa analisi che dovrebbe partire ogni operazione di finanziamento, e non il contrario. Quando il percorso è invertito, l’impresa non sceglie la soluzione più adatta: accetta quella disponibile.

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