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TUNISIA: dove la crisi non c’è ancora

TUNISIA: dove la crisi non c’è ancora
di Enrico Santoro

La perdurante crescita di tutti gli indicatori economici indica che l’appeal tunisino non è venuto meno neanche in questa fase di rallentamento dell’economia
mondiale.

Incredibile, ma vero. Nonostante un rallentamento oramai generalizzato dell’economia mondiale la Tunisia, almeno per ora, non sembra risentire più di tanto di questo momento di crisi.
Certo sarebbe irrealistico pensare che nei prossimi mesi il rallentamento dell’economia mondiale non arriverà ad interessare anche la Tunisia, tuttavia non si può non rilevare come il flusso ininterrotto di investimenti che ha interessato questo Paese negli ultimi tempi abbia prodotto importanti effetti in termini di crescita economica.
E le prospettive si presentano, per molti aspetti, ancora migliori. Di grande importanza al riguardo è il progetto di “Unione Mediterranea”, delineato per la prima volta nel 2006 dall’allora candidato alla presidenza francese Nicolas Sarkozy e che avrebbe dovuto riunire i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo in un accordo di libero scambio.
Le pressioni tedesche hanno in seguito portato ad estendere l’accordo a tutti gli altri Paesi aderenti all’Unione Europea. Si è così arrivati all’“Unione per il Mediterraneo” nata nel luglio del 2008 a Barcellona, ove avrà la sede istituzionale.
La nuova Unione per il Mediterraneo vede quindi la partecipazione dei 27 Stati dell’Unione Europea ai quali si aggiungono l’Albania, la Bosnia, la Croazia, il Principato di Monaco e il Montenegro e ovviamente gli Stati nord africani che si affacciano sul bacino del Mediterraneo che oltre alla Tunisia sono l’Algeria, l’A.N.P., l’Egitto, la Giordania, Israele, il Libano, la Mauritania, il Marocco, la Siria e la Turchia, oltre alla Libia che partecipa quale osservatore per un totale, quindi, di 43 membri effettivi.
Particolarmente significativa è la presenza di Israele per la prima volta definitivamente riconosciuto dagli altri Stati arabi dell’area mediterranea che addirittura, insieme al rappresentante palestinese, parteciperà al segretariato della nuova Unione che dovrà decidere quali progetti finanziare per favorire lo sviluppo armonico delle due sponde del Mediterraneo. Un segno importante di come, a volte, l’economia possa svolgere un ruolo fondamentale nel favorire la distensione fra Stati ancora antagonisti sul piano politico.
Oltre a finanziare alcuni progetti comuni l’obiettivo dell’Unione per il Mediterraneo è di arrivare entro un brevissimo arco di tempo, si spera addirittura entro il 2010, ad un’area di libero scambio che interessi tutti i Paesi partecipanti.
In questo contesto appare del tutto evidente come proprio la Tunisia potrebbe essere, fra gli Stati della sponda sud del Mediterraneo, il principale beneficiario del futuro accordo di libero scambio. Per la presenza di imprenditori stranieri, la disponibilità di ingenti finanziamenti, l’esistenza di un efficiente mercato del lavoro, la rete infrastrutturale di considerevole importanza e soprattutto un quadro normativo e fiscale molto ben strutturato, come già ampiamente riportato su Forum n. 1/2006, questo Paese si pone, infatti, come la meta “ideale” per le imprese europee interessate a delocalizzare in Stati che pur in presenza di un limitato costo della manodopera possano comunque proporre un ambiente non troppo distante da quello europeo.
A questa crescita esponenziale di interesse per la Tunisia non sono estranee le difficoltà che stanno incontrando gli imprenditori che hanno scelto di investire in Cina.
L’enorme distanza geografica e culturale, le crescenti barriere daziarie alzate contro i prodotti “made in China”, le rivendicazioni salariali che rendono progressivamente più oneroso il costo del lavoro, un quadro normativo che sempre meno favorisce gli investitori esteri sono questi, ma non solo, i problemi che sempre più rendono gli imprenditori incerti sull’effettiva opportunità di continuare con questa “corsa” a delocalizzare in Cina.
D’altra parte è di tutta evidenza che la Tunisia offre una positiva risposta alla maggior parte di questi interrogativi.
Innanzitutto geograficamente Tunisi non è più distante della Sicilia, il quadro normativo si presenta piuttosto semplice – la costituzione di una società in loco non richiede più di 24/48 ore –, per il trasferimento delle merci in tutta l’Europa sono sufficienti poche ore di navigazione e soprattutto, come visto in precedenza, è oramai alle porte un accordo di libero scambio destinato ad eliminare ogni possibile recrudescenza di protezionismo.
A ciò si aggiunga un’ottima formazione della manodopera, eventualmente da perfezionare con l’aiuto dello Stato, un sistema fiscale fortemente agevolato e con un orizzonte temporale di medio termine già definito, un mercato interno non grande ma in costante crescita e un potenziale di sviluppo notevole nei Paesi Arabi del Golfo i cui rapporti con la Tunisia sono assolutamente ottimi, cementati dai massicci investimenti infrastrutturali che questi hanno effettuato nel Paese ove, tra l’atro, sono molto attivi nel supporto agli investitori esteri tutti i maggiori istituti di credito del Golfo. In Tunisia, peraltro, è quasi del tutto assente l’influenza islamica più radicale rendendo quindi assai più tranquillizzante le prospettive di medio – lungo termine.
Assolutamente di rilievo è, inoltre, il fatto che non esiste alcun vincolo alla libera esportabilità dei redditi prodotti nel Paese che, tra l’altro, dispone di una Convenzione contro le doppie imposizioni con l’Italia firmata a Tunisi il 16 maggio 1979.
Passiamo ora ad esaminare in dettaglio i principi impositivi della normativa tunisina sulle società allo scopo di mettere meglio a fuoco il limitato onere fiscale che un investimento in Tunisia effettivamente comporta.
L’aliquota “normale” dell’imposta sul reddito delle persone giuridicheè fissata al 35%, un valore che, tuttavia, il nuovo Codice degli Investimenti deroga ampiamente in funzione del settore e della tipologia dell’attività svolta dall’impresa.
In particolare è prevista l’esenzione totale dalle imposte per i primi 10 anni dall’avvio dell’attività per:
• i redditi da esportazione;
• i progetti di sviluppo agricolo;
• i progetti di sviluppo regionale.
Un’ulteriore riduzione dell’imposta del 50% è prevista per:
• altri 10 anni per i progetti di sviluppo regionale;
• per i redditi da esportazione per un periodo illimitato a partire dall’undicesimo anno.
Per quanto riguarda gli ulteriori incentivi di carattere fiscale le società totalmente esportatrici possono realizzare, a seconda del settore di attività, una percentuale di vendite sul territorio tunisino non superiore al 20% del totale delle stesse (30% in materia agricola) senza perdere il diritto al regime impositivo di favore.
Insomma un quadro tributario di particolare attrattiva principalmente per le imprese export oriented che possono trovare in questo Paese una vera “ mecca” considerato anche il fatto che la Tunisia non è assolutamente considerata un “paradiso fiscale”, non rientra infatti in alcuna “black list italiana”, e che i benefici impositivi sono legati esclusivamente alla tipologia dell’attività svolta e non risultano identificabili come tali in via preliminare.
Ne consegue che potrà trovare applicazione l’art.89 del TUIR che prevede, per gli utili derivanti da partecipazioni in società non residenti nel territorio dello Stato e non ricomprese in alcuna “black list”, l’assoggettamento ad IRES in capo alla casa madre italiana solo del 5% di quanto effettivamente percepito sotto forma di dividendi, risultando il restante 95% completamente esente da imposizione. Ove, come nel caso della Tunisia, i redditi prodotti in loco abbiano già usufruito di un regime impositivo privilegiato il vantaggio ottenibile risulta evidentemente di grande rilievo.
Con riferimento alle imposte indirette si consideri che è in vigore un Imposta sul Valore Aggiunto non troppo dissimile da quella in vigore nell’Unione Europea: l’aliquota base è del 18%, applicata sull’85% dei prodotti. Come di consueto esistono delle aliquote agevolate (6 e 10%) per i prodotti di largo consumo o socialmente utili e un’aliquota maggiorata (29%) su alcuni beni di lusso.
Particolarmente importante è anche il fatto che per le imprese esportatrici sia previsto un regime di totale esenzione IVA tanto sui macchinari necessari all’avvio della produzione, quanto sull’importazione di materie prime e semilavorati da impiegare nei beni destinati all’esportazione. Nell’attesa dell’entrata a regime dell’area di libero scambio resta inoltre di grande importanza il fatto che i dazi all’importazione seguono il medesimo regime di esenzioni previsto per l’IVA.
Insomma, probabilmente la crisi arriverà anche in Tunisia ma le premesse per una rapida ripartenza dell’economia ci sono tutte, soprattutto grazie all’attesa massiccia presenza degli imprenditori stranieri.

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