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La rinuncia al diritto d’opinione non genera plusvalenza

LA RINUNCIA AL DIRITTO D’OPZIONE NON GENERA PLUSVALENZA
di Enrico Santoro 

Una pronuncia della Dre della Lombardia fornisce un importante chiarimento in materia di tassazione delle rendite finanziarie.
La rinuncia gratuita al diritto di opzione da parte di un socio in sede di aumento di capitale della società partecipata non genera materia imponibile ai fini della tassazione del capital gain. E’ questo, in sintesi, l’importante chiarimento fornito dalla Direzione Regionale delle Entrate della Lombardia in risposta al quesito posto da un contribuente.
Infatti, l’assenza di un corrispettivo per il mancato esercizio dell’opzione fa sì che la fattispecie descritta non ricada nell’ambito applicativo dell’articolo 81 del Testo Unico delle imposte sui redditi (così come modificato dal provvedimento di riforma della tassazione dei capital gain) relativo ai redditi diversi.

Come noto, con il D.Lgs. n. 461/1997 il legislatore tributario ha operato una radicale trasformazione dell’intero sistema impositivo delle rendite finanziarie superando la rigida definizione giuridica di reddito di capitale che caratterizzava la previgente normativa e distinguendo tra “redditi di capitale” veri e propri, derivanti da modalità di impiego del capitale produttive di frutti, dai redditi meramente finanziari, ossia conseguenti alla realizzazione di differenziali positivi tra il prezzo di vendita e quello di acquisto in dipendenza di eventi incerti, differenziali che sono invece sono classificati tra i “redditi diversi”.
La norma sconta tuttavia il tentativo di conciliare due opposte finalità: da un lato, l’intento di armonizzare i molteplici regimi di tassazione delle singole categorie reddituali, che ha portato il legislatore ad accorpare le aliquote d’imposta intorno a due soli valori (il 12,50% ed il 27%) e ad introdurre due meccanismi semplificati di tassazione, alternativi rispetto a quello della dichiarazione, che scaricano sugli intermediari finanziari la totalità degli adempimenti connessi agli obblighi tributari degli investitori; dall’altro, lo sforzo di esaustività teso a ricomprendere nel campo applicativo della legge l’intera casistica delle fattispecie imponibili note e di quelle che nel futuro la prassi operativa e l’innovazione finanziaria potranno ideare.
Tuttavia, lo sforzo di pervenire ad una trattazione il più possibile organica ed esaustiva della materia ha inevitabilmente prodotto una norma articolata e complessa e, per certi aspetti, ancora di incerta applicazione pratica: numerosi punti oscuri sono stati infatti chiariti successivamente all’entrata in vigore del provvedimento, sia attraverso modifiche in sede legislativa che attraverso l’emanazione di circolari esplicative da parte dell’amministrazione finanziaria; ma molti altri sono ancora da chiarire.

In proposito, una delle fattispecie maggiormente controverse – e per la quale è stato appunto richiesto un parere espresso dell’amministrazione finanziaria – era legata alla rinuncia all’esercizio del diritto d’opzione da parte del socio in sede di aumento del capitale della società partecipata.
Questi in sintesi i termini del quesito. Una S.r.l., partecipata in via maggioritaria (55%) dal socio A ed in misura paritetica da altri tre soggetti (15% ciascuno), delibera un aumento del capitale sociale da 20 a 200 milioni di lire.
Le nuove quote vengono offerte in opzione ai soci, ma il socio di maggioranza rinuncia alla sottoscrizione dandone notizia all’organo amministrativo della società. La quota rimasta inoptata viene allora offerta, conformemente alle disposizioni dello statuto, agli altri soci i quali sottoscrivono la quota al valore nominale.
Per effetto della rinuncia del socio A l’assetto sociale risulta profondamente modificato: quelli che prima erano soci di minoranza detengono ora ciascuno il 31,6% del capitale, mentre il socio A che prima deteneva la maggioranza assoluta del capitale si trova nel nuovo assetto in netta minoranza con solo il 5% del capitale. Nel caso in oggetto, dunque, la modifica della compagine sociale produce un trasferimento di valore del patrimonio netto a favore dei soci subentranti che, in virtù dell’esercizio del diritto di prelazione, sottoscrivono una quota dell’aumento di capitale più che proporzionale rispetto alla partecipazione originariamente detenuta.
Il valore trasferito sarà rappresentato dalle eventuali riserve accumulate nel patrimonio netto della società che, nel caso di aumento effettuato al nominale, vengono proporzionalmente trasferite ai soci subentranti che non hanno in alcun modo contribuito alla loro formazione.
Per questo motivo l’articolo 2441 del codice civile stabilisce che nei casi di esclusione o limitazione del diritto di opzione il prezzo di emissione delle nuove azioni deve essere determinato in base al valore del patrimonio netto (è dunque previsto un sovrapprezzo), ciò allo scopo di tutelare il diritto dei vecchi soci a mantenere proporzionalmente inalterata la quota di riserve patrimoniali di propria spettanza.
Data questa situazione, due sono i problemi relativamente ai quali è stato richiesto il parere dell’amministrazione finanziaria. In primo luogo, l’istante chiedeva se la rinuncia del socio potesse in qualche modo configurare una cessione a titolo oneroso del diritto d’opzione: infatti, anche se il capitale inoptato era stato sottoscritto dagli altri soci senza aggravi ulteriori rispetto al semplice pagamento del valore nominale, tuttavia il tenore letterale dell’articolo 81 del Tuir non permetteva di escludere a priori il fatto che con il termine cessione il legislatore potesse riferirsi non solo alle cessioni onerose ma anche a quelle gratuite.
E il fatto che l’effettivo valore di mercato delle quote fosse notevolmente più elevato del nominale avvalorava le perplessità relative al profilo tributario dell’operazione: qualora la rinuncia al diritto d’opzione fosse stata assimilabile ad una cessione, la plusvalenza imponibile sarebbe stata tassata con l’aliquota del 27% prevista per le cessioni qualificate.
Infatti, per espressa previsione dell’articolo 81, lettera c), e come ribadito dalla circolare del Ministero delle Finanze n. 165/E del 24 giugno 1998, nel caso di cessione di titoli o diritti attraverso cui possono essere acquisite partecipazioni sociali, la soglia di qualificazione deve essere calcolata prendendo a riferimento la percentuale dei diritti di voto e di partecipazione potenzialmente ricollegabile alle partecipazioni che possono essere acquisite attraverso i predetti titoli o diritti.
Nessun dubbio, dunque, che nel caso di specie l’operazione sarebbe stata assoggettata all’aliquota massima prevista dalla legge qualora l’amministrazione avesse espresso un parere favorevole alla tassazione.
Numerosi erano dunque i punti controversi che esigevano un chiarimento.
In tal senso, la pronuncia della Direzione regionale delle entrate della Lombardia ha affrontato e risolto un aspetto importante – quello del l’equiparazione dal punto di vista fiscale della rinuncia al diritto di opzione alla cessione onerosa dello stesso – e più volte dibattuto nel corso degli anni (ha rappresentato infatti un’annosa questione sulla quale più volte si sono pronunciati in maniera contrastante tanto l’amministrazione finanziaria quanto la magistratura tributaria).
L’organo adito ha infatti precisato che, nelle condizioni prospettate dall’istante ed in relazione alle disposizioni normative vigenti, la mera rinuncia all’esercizio del diritto d’opzione non esplica alcun effetto di natura tributaria.
Il presupposto per la tassazione in base alla disciplina dei redditi diversi di cui all’articolo 81 del Testo unico delle imposte sui redditi si configura, invece, solo nel momento in cui avviene la cessione delle partecipazioni o dei diritti attraverso cui sono state acquisite le partecipazioni.
In altre parole, l’assenza di onerosità del trasferimento dei diritti patrimoniali vantati dai vecchi soci fa sì che non sia ravvisabile a priori un intento elusivo del contribuente teso ad evitare la tassazione sul capital gain: la possibilità di vedere sensibilmente ridotti i diritti patrimoniali vantati nei confronti di una società rinunciando gratuitamente a sottoscrivere le nuove quote derivanti da un aumento del capitale sociale (effettuato senza versamento di un sovrapprezzo) viene infatti ammessa dall’amministrazione, senza che a tale rinuncia venga associata alcuna conseguenza di ordine tributario. E’ bene precisare tuttavia che il pur importante chiarimento fornito dalla Dre della Lombardia non elimina la possibilità di un accertamento fiscale.
L’amministrazione finanziaria ha comunque facoltà di sottoporre a verifica questo genere di operazioni: in tal caso il contribuente dovrà essere in grado di dimostrare che la rinuncia al diritto d’opzione è stata effettivamente gratuita e non è stata, invece, posta in essere con l’intento elusivo di mascherare una cessione onerosa di partecipazioni sociali.

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