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Intervista al Prof. Enrico Santoro, tributarista di fama, sul nuovo ruolo degli studi di consulenza

Intervista al Prof. Enrico Santoro, tributarista di fama, sul nuovo ruolo degli studi di consulenza
da Finanza Italiana 

Santoro: il Maghreb può essere un Eldorado per le imprese italiane?

Prof. Enrico SANTORO

La lotta alle conseguenze dei periodi di recessione è sempre stata affrontata con disegni di espansione oltrefrontiera, organizzati dai governi a vantaggio delle economie. Ma nelle fasi di ripresa, nel Rinascimento come nella Rivoluzione industriale, un’arma soprattutto ha consentito al mondo di compiere progressi: quella della creatività, arricchita dalla ricerca di nuove tecnologie e dalla messa a punto di relazioni commerciali intelligenti.

E nel Terzo Millennio? La storia si ripete, pur se con nuovi scenari. Con il crollo delle torri gemelle, che ha siglato sanguinosamente l’inizio del 21° secolo, è emerso un fatto nuovo e sconvolgente: la minaccia di un terrorismo anch’esso pressoché “globale”. AI fenomeno politico si sono accompagnate conseguenze finanziarie di vastissima portata, come ad esempio lo spostamento di capitali di origine araba dagli Usa, ove si erano trasferiti, ai Paesi del Golfo, ove prudentemente sono tornati.

La bilancia dei pagamenti americana ne ha sofferto, e la crisi del dollaro ne è stata aggravata. Ma il dato che qui interessa è che ciò ha generato la nascita di nuovi interessanti mercati finanziari ed economici. Cos’è successo? AI Prof. Enrico Santoro, tributarista di fama, titolare di un importante studio legale – e da sempre attento a cogliere le opportunità che si delineano in tutto il mondo per gli investitori e per gli imprenditori, non soltanto sotto il profilo della pianificazione fiscale internazionale ma anche sotto quello dell’innovazione produttiva e tecnologica, nuova arma del made in Italy – abbiamo chiesto: quali conseguenze ha provocato ai piani mondiali di sviluppo economico lo fuga di capitali arabi dagli Usa verso i Paesi del Golfo?

Effettivamente somme importanti hanno fatto rientro “a casa”, dove però la legge del Corano, che vieta la pratica del prestito con interessi, ne limita l’investimento finanziario tradizionale. A quei capitali rientrati si aggiungono ora quelli derivanti dall’aumento degli introiti petroliferi, a seguito dell’aumento vertiginoso del prezzo del greggio. Flussi ingenti di denaro, per non restare inutilmente inoperosi, cercano nuovi investimenti. Il fatto nuovo è che ora essi tendono, preferibilmente, a restare nel mondo islamico. E visti i limiti ed i vincoli del mercato finanziario, tendono a trasformarsi in investimenti diretti nell’’economia reale.

Progetti immobiliari di larga portala, bonifica di terreni desertici, rilancio di zone turistiche. Quei capitali tornati negli Emirati Arabi, nei Qatar, nel Kuwait, scartati Paesi a rischio come l’Iraq devastato dalla guerra o l’Iran in continua fibrillazione, sono rimbalzati verso i Paesi del Maghreb, logisticamente più vicini all’Europa e politicamente, oltre che culturalmente, più stabili.

Sono così sorte, particolarmente nel Maghreb, occasioni irripetibili. E sarebbe un peccato che le imprese italiane le perdessero. Soffermiamoci sulla Tunisia, un esempio che è poi replicabile seppure in tono minore per gli altri Paesi della zona: Tunisi è divenuto uno dei centri più interessanti per gli investimenti immobiliari. Sono in corso di realizzazione iniziative – Dubai 2, Città dello sport, Città delle rose, Città del lusso – per oltre 50 miliardi di dollari, destinati presto a raddoppiare con il concretizzarsi di impegni già presi da investitori di origine europea

Nuove Eldorado sono quindi sorte d’incanto in Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, dando consistenza allo scenario economico predisposto con gli accordi di Barcellona che prevede per il 2010 lo realizzazione nell’ Area Mediterranea di una zona di scambio con ridotte barriere economiche e fiscali. Nuovi mercati per le imprese si sono aperti in Tunisia, Libia, Marocco, e anche se per motivazioni diverse in Albania. Conviene esplorarli?

Guardi: lei ha citato quattro Paesi in cui mi reco molto di frequente perché sono un approdo che non è esagerato definire fantastico per le imprese che seguo. Essi hanno surclassato le ormai antiche convenienze del Paesi dell’Est europeo, che essendo entrati nella UE hanno visto sgonfiarsi l’appeal indispensabile per l’investimento estero.

Basti dire invece che in Tunisia – ormai correttamente definita la Svizzera d’Africa – sono stati avviati investimenti in infrastrutture e sviluppi immobiliari per oltre 100 miliardi di dollari. Per quanto riguarda la Libia, ora “sdoganata” politicamente, enormi investimenti siglano i 40 anni di governo Gheddafi. L’Albania in recupero anche grazie al corridoio 5 dall’UE – e il Marocco non sono meno promettenti. Ma non escluderei altri mercati come l’India o il Sud Est asiatico che sono forse più idonei per imprese di maggiori dimensioni.

Inoltre certamente l’interconnessione tra la Libia, l’Algeria e la Tunisia, con la realizzazione dell’Autostrada Punica e con lo ferrovia ad alta velocità che collegherà Tripoli, Algeri e Tunisi, farà comunque compiere un salto di qualità alle attrattive economiche del Maghreb, già fortemente apprezzate per costo competitivo della manodopera qualificata ed anche per convenienza fiscale.

Ma quali aspetti attraggono l’imprenditore che intende delocalizzare la propria attività produttiva o semplicemente esplorare nuovi mercati quando pensa alla Tunisia?

La piazza finanziaria tunisina, oltre ad offrire grandi agevolazioni ai nuovi insediamenti industriali attrae anche perché non è inclusa nelle “black list” dei paradisi fiscali ed ha un apparato amministrativo di tutto rispetto. Offre la gratuità tributaria all’esportazione di marchi e brevetti. Sotto il profilo culturale e religioso si distingue dagli eccessi di altri Paesi per sentimenti improntati ad una maggiore tolleranza e laicità, che favoriscono la convivenza tra persone di diversa origine e tradizione, e per una diffusa alfabetizzazione e conoscenza delle lingue europee.

E per quali settori produttivi sono appetibili questi nuovi mercati?

Prima di tutto per chi opera nelle infrastrutture: autostrade, ponti, dighe, acquedotti, centrali di elettricità prodotta con energia alternativa. Poi per quanti operano nel settore dell’arredamento realizzando idrosanitari, ceramiche, lampadari, mobili. Infine per chi è attivo nel settore dell’edilizia sia alberghiera che residenziale.

Può farci qualche esempio?

Il gruppo Preatoni – proprietario di una catena che possiede 40 alberghi in 15 Paesi ed ha importanti iniziative di investimento sia in India che in Egitto ha sottoscritto un accordo con il governo tunisino con il quale si è impegnato ad investire nel Nord Ovest del Paese circa 22 miliardi di dollari in un progetto destinato a dare lavoro a 30 mila persone nel settore turistico. Ne vuole un altro?

La imponente progettualità edilizia e la necessità di realizzare nel minor tempo possibile un gran numero di alloggi – con caratteristiche di vere e proprie abitazioni (e non prefabbricati)  di lusso e non – che hanno preso corpo nel Maghreb, possono rivelarsi decisive per imprese edili innovative.

In che senso?

Le darò un ‘informazione tecnica che ho appreso occupandomi di questi piani casa: esiste una tecnologia basata su un rivoluzionario metodo di industrializzazione delle tecniche di costruzione che si adatta alle esigenze della zona poiché consente risparmi del 30% dei costi di edificazione, del 50% dei tempi di esecuzione, del 50% della manodopera impiegata.

Si aprono spazi anche per imprese operanti in altri settori?

Direi proprio di sì. Penso al tessile: Benetton ha 6 mila dipendenti in Tunisia. E penso al settore agroalimentare, poiché sta crescendo nell’area la disponibilità di terre demaniali irrigue cui accedere in concessione per la realizzazione di prodotti vitivinicoli, ortofrutticoli, vivaistici. Altro canale aperto per le partnership è quello della trasformazione alimentare derivante dall’attività ittica che in Tunisia è strettamente connessa con quella della Mauritania e della Libia.

Ma un dato parla più di ogni altra descrizione: in Tunisia sono presenti oltre 2700 imprese straniere provenienti principalmente da Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Paesi arabi, Stati Uniti. Anche l’Italia ha una presenza significativa, che alla luce delle prospettive – sempre con prudenza e indicazioni corrette – potrebbe aumentare. Dando un esempio di come si possono “dribblare” i rischi della globalizzazione.

Cosa intende per prudenza e indicazioni corrette?

Certamente, per investire laggiù serve la guida di esperti che aggiungano alle solite indicazioni sulle procedure burocratiche da espletare un’attività di ricerca di referenti attendibili. Che abbiano relazioni di qualità, capaci di garantire all’impresa una rete di appoggi nel paese straniero, una diplomazia commerciale mirata al business dell’azienda.

In questo modo si trasforma, se abbiamo capito, il ruolo classico del consulente. Egli diventa manager dell’imprenditore ed allo stesso tempo esperto sia delle tecnologie che l’azienda intende esportare sia di quelle più innovative da utilizzare per massimizzare la propria competitività. Le sue conoscenze legali e le competenze amministrative diventano la base di certezza indispensabile all’imprenditore-cliente per varare il progetto. Ad esse va aggiunto il ruolo “diplomatico”.

E’ proprio così e – lo dico per esperienza personale – i consulenti che in questa fase di stasi e recessione che stiamo vivendo non hanno affiancato le imprese entrando nella cabina di regia dell’impresa, hanno impedito ad esse di rimanere competitive sul mercato. Tocca al consulente infatti, oggi, irrobustire i progetti con la capacità di individuare nei paesi esteri le nicchie di mercato più appetitose. Suo è anche il compito di trainare gli investimenti su business vincenti. E non è detto che ciò possa riuscire sempre.

Di quali strumenti deve dotarsi uno studio di consulenza all’altezza di tali compiti? Quali le attività di cui l’impresa globale, anche se di minori dimensioni, non può fare a meno?

E’ noto che molte imprese italiane, soprattutto negli ultimi due anni si sono arrese di fronte alla stasi produttiva e alle difficoltà sui mercati esteri, dovute all’euro forte, alla recessione, ai problemi di stabilità politica. Quelle che hanno avuto consulenti preparati però non sono scoppiate.

I servizi che servono alle imprese per crescere all’estero sono innanzitutto di “tax planning” ma anche di finanza. Alcuni progetti possono richiedere operazioni di “venture capitai”, per altri – laddove ad esempio è necessaria la quotazione in Borsa per rafforzare l’impresa – occorre di fatto una preparazione di “merchant banking”.

I servizi di finanza sono spesso il tallone d’Achille di molte aziende italiane che vogliono internazionalizzarsi. Le grandi banche naturalmente li offrono, ma solo quando il cliente si presenta loro con un “business plan” finanziariamente sostenibile. Il che è certamente alla portata di grandi aziende ma non è sempre possibile per le imprese minori, le quali hanno prodotti che potrebbero sfondare su mercati esteri, che però non raggiungeranno mai.

E qui subentra il consulente che costruisce insieme all’imprenditore il business pIan finanziario suggerendogli magari la possibilità di usufruire di un prestito partecipativo o di un fondo di “venture capitai” pubblico rotativo. In altri casi il consulente individua i partner bancari ideali per la gestione in Italia e all’estero degli “asset” finanziari attivi o della tesoreria dell’impresa. E l’elenco potrebbe continuare.

Ma finanza e fisco, senza l’organizzazione non possono bastare all’impresa per delocalizzare la propria produzione ed entrare con dinamismo in città dove non si conosce la lingua, di cui non sono note usanze e sensibilità culturali, religiose, politiche. L’isolamento commerciale in cui hanno stazionato fino ad oggi molti Paesi arabi – dopo lo splendore medioevale della loro civiltà – lo testimonia.

Infatti i consigli tra valicano fisco e finanza per estendersi, laddove occorra, all’organizzazione e alla strutturazione aziendale, fino ad un ‘attenta attività di “Iobbying”, sia per individuare i migliori partner industriali e commerciali che per l’affiancamento nelle gare e per la definizione ed il rispetto di contralti internazionali. Tutti tasselli di un mosaico che una volta completo raffigurerà il successo dell’impresa italiana sul mercato globale.

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