skip to Main Content
Hai bisogno di una consulenza Chiama (+39) 063294777

Il trust: ovvero come ottimizzare il passaggio generazionale secondo l’esperienza anglosassone

IL TRUST: OVVERO COME OTTIMIZZARE IL PASSAGGIO GENERAZIONALE SECONDO L’ESPERIENZA ANGLOSASSONE
di Enrico Santoro

COME, QUANDO E PERCHÉ ANCHE NEL NOSTRO PAESE IL RICORSO AL TRUST PUÒ RISOLVERE I PROBLEMI CONNESSI AL PASSAGGIO GENERAZIONALE. IL QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO.

L’istituto del trust si configura come un tipico strumento di common law nato nell’Inghilterra feudale per assicurare la continuità nell’assetto proprietario di un patrimonio, originariamente fondiario, evitando che il passaggio generazionale potesse portare ad un suo smembramento, o alla sua restituzione al re per effetto della scomparsa del feudatario al quale questo era stato concesso in uso. Anche nella realtà odierna il trust, che può essere costituito sia inter vivos che mortis causa, si configura come lo strumento ideale per garantire la continuità di un complesso aziendale, evitando che il suo smembramento possa indebolirne irrimediabilmente la posizione competitiva.
D’altra parte il trust, eliminando ogni successivo passaggio generazionale mortis causa, risolve ab origine ogni problema di carattere tributario legato al pagamento delle imposte, presenti e future, sulle successioni. Il trust, in particolare, si può definire come un rapporto fiduciario trilaterale nel quale un soggetto (tipicamente uno studio professionale o un istituto di credito) chiamato “trustee” assume l’incarico di disporre di un patrimonio trasferitogli dal “settlor” (o conferente) a beneficio di uno o più soggetti diversi: i “beneficiary”.

In pratica la proprietà viene divisa tra il trustee che esercita gli stessi diritti e poteri di un proprietario ed il beneficiary al cui esclusivo vantaggio devono essere utilizzati questi poteri. Particolarmente importante è il fatto che non vi è mai alcuna confusione fra il patrimonio personale del trustee e quanto conferitogli in trust, evitando in tal modo che una disavventura personale del trustee possa riverberare i propri effetti sul patrimonio conferitogli in trust.
L’attività del trustee potrà essere assoggettata al controllo del “protector”, ossia di un soggetto (tipicamente rappresentato da un giudice del tribunale, da un notaio, da un avvocato, ecc.) espressamente incaricato di sorvegliare che l’attività di gestione del patrimonio del trust da parte del trustee sia conforme alle indicazioni contenute nell’atto costitutivo e nello statuto.
Nell’attuale realtà normativa del nostro Paese l’istituto del trust, pur riconosciuto per effetto del recepimento della Convenzione de L’Aia del 1985, in vigore dal 1° gennaio 1992, non è tuttavia ancora stato armonicamente inserito nell’ambito della normativa civilistica e fiscale risultando pertanto difficilmente ipotizzabile il ricorso ad un trust italiano.
Al riguardo non si può tuttavia fare a meno di rilevare come qualche timido tentativo in questo senso sia stato recentemente fatto anche se con finalità molto diverse (ad esempio allo scopo di prestare una garanzia) da quelle tipiche di un istituto di questo tipo. In ogni caso anche un eventuale trust italiano dovrà essere disciplinato dalla legge straniera mancando una specifica normativa nazionale in materia.
In alternativa, si potrà ipotizzare il ricorso ad un trust estero. Per quanto riguarda l’aspetto normativo merita comunque di essere evidenziato il fatto che fino ad un recente passato anche in Gran Bretagna la disciplina del trust più che ad una specifica legge era affidata agli “use”.
La più esauriente normativa di questo tipo era infatti patrimonio di Jersey, Paese che pur appartenendo alla Corona Britannica si fonda su un sistema giuridico di civil law. Nella scelta di ricorrere all’istituto del trust particolarmente importante è l’individuazione della forma di trust più idonea a rispondere alle esigenze di un’operazione destinata a risolvere i problemi di un passaggio generazionale.

Tra le diverse forme che esso può assumere due sono quelle più utilizzate: il cosiddetto “trust discrezionale”, ossia quello che demanda allo stesso trustee l’individuazione del beneficiario del patrimonio conferitogli, scelta quest’ultima che dovrà comunque essere fondata esclusivamente sulle indicazioni contenute nell’atto costitutivo e nello statuto del trust, eventualmente integrate da apposite istruzioni date dal settlor al trustee. L’alternativa a questa forma di trust è rappresentata dal “trust non discrezionale” che, invece, già nello statuto prevede in dettaglio l’evoluzione che questo dovrà avere nel futuro (un trust di questo tipo è particolarmente indicato per finalità di carattere benefico potendo in questo caso rappresentare una valida alternativa alla più tradizionale fondazione).

In pratica nella realtà italiana il trust consente di far fronte a due esigenze apparentemente divergenti quali:
a) preservare l’unitarietà di un complesso imprenditoriale evitando, tra l’altro, ogni futuro assoggettamento delle relative partecip
azioni agli eventuali oneri tributari (oggi peraltro in via di eliminazione in numerosi Paesi) legati al passaggio generazionale;
b) mantenere comunque un’elevata flessibilità gestionale, tale da consentire di assumere con rapidità ed efficacia, quali che siano i futuri eredi degli attuali titolari di un complesso societario, quelle decisioni a carattere strategico di volta in volta necessarie ad assicurare un corretto sviluppo dell’impresa; decisioni che, al limite, potrebbero anche concretizzarsi in una quotazione dell’azienda sul mercato mobiliare. Dal punto di vista tributario la Convenzione de L’Aia stabilisce che essa non pregiudica la competenza degli Stati in materia fiscale. Particolare rilievo assume pertanto la delibera del SECIT n. 97 dell’11 maggio 1998 con la quale i nostri super ispettori tributari, pur cercando di interpretare la normativa vigente in conformità alle problematiche che il trust propone, non mancano di sottolineare come si renda oramai assolutamente indispensabile la predisposizione di una specifica normativa tributaria in materia.

Tipici momenti impositivi legati all’istituto del trust sono: il conferimento di un patrimonio in trust, la percezione dei redditi originati dai beni conferiti in trust, la distribuzione dei proventi accumulatisi nel trust e dei beni originariamente conferiti dal settlor a favore dei beneficiary. Per quanto riguarda il conferimento del patrimonio in trust, qualora questo avvenga mortis causa, per gli ispettori del SECIT il trustee sarà obbligato al pagamento delle imposte di successione sull’ammontare dell’usufrutto dei beni conferiti mentre il pagamento dell’imposta residuale sarà dovuto dai beneficiary nel momento in cui gli saranno effettivamente trasferiti i cespiti.
Qualora, invece, il conferimento di un patrimonio in trust avvenga per atto inter vivos questo dovrà essere assoggettato all’imposta sulle donazioni, anche se in realtà in questo passaggio non è presente alcun intento liberale, di norma considerato invece elemento irrinunciabile affinché si possa configurare l’ipotesi di una donazione; nel caso del trust si tratta in effetti del conferimento di un patrimonio, operazione questa chiaramente non equiparabile ad un atto di liberalità ma che il SECIT ha ritenuto comunque di classificare come tale. Per effetto di quanto previsto dal Progetto di Legge in discussione nella passata legislatura e diretto a risolvere il conflitto d’interessi degli imprenditori che svolgono anche un’attività di governo era ipotizzato che sia il conferimento in trust che il successivo ritrasferimento del patrimonio al beneficiary dovessero essere fiscalmente neutri, dovendo invece essere normalmente assoggettato alle imposte dirette il reddito che il patrimonio avrebbe prodotto (non erano tuttavia stabilite le modalità con le quali si sarebbe dovuto dare pratica attuazione a questa norma).
Relativamente alla tassazione del reddito prodotto dal patrimonio conferito in trust, premesso che questo non potrà evidentemente più essere tassato in capo al settlor ne consegue che esso andrà tassato in capo al trustee, considerato soggetto IRPEG sulla base dell’art.87 comma 1d) del TUIR nella parte che considera “le società e gli enti di ogni tipo con o senza personalità giuridica non residenti nel territorio dello Stato”, e ciò almeno per quanto riguarda i trust esteri titolari di un patrimonio in Italia.
Se possibile ancora meno chiaro è il regime impositivo dei frutti trasferiti ai benenficiary che, tra l’altro, nel trust discrezionale non sono neanche preventivamente individuati.
Ne consegue che solo all’atto dell’effettiva distribuzione dei frutti ai beneficiary questi saranno tassati, essendo assimilati al lavoro dipendente se la distribuzione assume la forma di un assegno periodico. In caso contrario questi saranno equiparati a un reddito frutto di un’attività occasionale.
Tuttavia, particolarmente grave è il fatto che il SECIT non abbia ritenuto opportuno chiarire come sarà in pratica possibile evitare la doppia imposizione (in capo al trustee ed in capo al beneficiary) che, ove non venga eliminata, renderebbe di fatto eccezionalmente penalizzante, in termini di imposte dirette, il ricorso all’istituto del trust. Allo scopo di evitare gli innumerevoli problemi di ordine pratico legati alla mancanza nel nostro ordinamento legislativo di una specifica normativa in materia di trust si può ipotizzare di far ricorso ad un conferimento del patrimonio del settlor in una società di capitali straniera le cui quote saranno successivamente conferite in trust secondo quanto previsto dalla legge del Paese straniero di residenza.

Questo passaggio di un patrimonio italiano, ad esempio rappresentato da un complesso aziendale, in una società estera e quindi in un trust può essere facilmente ottenuto anche con un semplice aumento di capitale da parte della società italiana che in presenza di una rinuncia gratuita al diritto d’opzione da parte della preesistente compagine sociale – operazione questa che la DRE della Lombardia ha qualificato come fiscalmente non rilevante (per un approfondimento in materia vedi Forum 1/2000) – potrebbe essere interamente sottoscritto dalla struttura societaria estera controllata dal trust. Un’operazione di questo tipo, considerata soprattutto la modesta capitalizzazione della maggior parte delle aziende italiane potrebbe in realtà rivelarsi più facilmente percorribile di quanto si possa immaginare, contribuendo in tal modo alla definitiva affermazione dell’istituto del trust, seppur indirettamente, nel nostro Paese.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *