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Il ruling italiano

Il ruling italiano
di Andrea Chiavelli

ANCHE L’ITALIA, A SORPRESA, INTRODUCE L’ACCORDO FISCALE TRA FISCO E IMPRESE.

Con una mossa a sorpresa, dopo anni di attesa e dopo che la maggior parte dei nostri partner europei ha già da tempo previsto diverse forme di accordo fiscale con i contribuenti, il Governo italiano con l’art.8 del Decreto Legge 269/2003 di accompagnamento alla Legge Finanziaria 2004 ha finalmente introdotto anche nel nostro ordinamento il cosiddetto “ruling internazionale”. Si tratta certamente di una novità che oltre ad aver sorpreso la totalità degli addetti ai lavori rappresenta una sostanziale innovazione per l’Italia che viene così a disporre di uno strumento potenzialmente molto utile per favorire un dialogo più ampio e costruttivo tra contribuenti a fisco, ridurre il contenzioso e facilitare l’insediamento delle imprese estere nel nostro Paese.
Certo affinché il “ruling internazionale” sia effettivamente utilizzabile da parte delle imprese sarà necessario un periodo di tempo che dovrà andare ben oltre il 1° gennaio 2004, data di entrata in vigore della nuova normativa, durante il quale si dovranno meglio definirne sia le caratteristiche applicative sia, soprattutto, alcuni aspetti interpretativi che dall’art. 8 del D.L. 269/03 non emergono con sufficiente chiarezza.
In primo luogo appare assolutamente necessario precisare con maggior precisione a quali imprese sarà effettivamente applicabile questo tipo di ruling: la norma, infatti, fa genericamente riferimento alle imprese con attività internazionale termine che si rivela in realtà privo di un proprio univoco significato in quanto può indicare sia una sola operazione a carattere internazionale messa in essere da un’impresa (solo italiana o anche straniera?) che un insieme di operazioni di questo tipo.
Soprattutto non appare chiaro se la norma si rivolge alle sole imprese multinazionali, come sostenuto da alcuni autorevoli commentatori, oppure se al ruling italiano potranno accedere indistintamente tutte le società, italiane ed estere, che siano coinvolte in operazioni internazionali relative al pagamento di interessi, dividendi e royalty o per le quali si propongano delle problematiche relative ai prezzi di trasferimento.
L’applicabilità del ruling internazionale è, infatti, esplicitamente limitata a queste tematiche anche se il termine “principale riferimento” prima dell’elencazione delle materie per le quali è prevista la possibilità di chiedere l’accordo fiscale sembra comunque lasciare aperta una porta anche ad altre tematiche; si impone pertanto al più presto un opportuno chiarimento ministeriale diretto a delimitare con precisione quali sono realmente le problematiche che possono essere oggetto di negoziato con il fisco italiano.
Il “ruling” conformemente a quanto previsto dai più diffusi accordi di questo tipo si conclude con la stipula di un accordo fra il competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate e il contribuente che vincola entrambe le parti al rispetto di quanto in esso concordato per un periodo di tre anni dalla data di sottoscrizione e sempreché non intervengano mutamenti nelle circostanze di fatto o di diritto che hanno portato alla sottoscrizione dell’accordo.
Se per quanto riguarda la durata temporale dell’accordo la normativa italiana si è uniformata a quanto previsto dalle normative di questo tipo in vigore negli altri Paesi non poche perplessità suscita il riferimento al mutamento nelle circostanze di fatto e, soprattutto, di diritto che hanno portato alla sottoscrizione dell’accordo. Per quanto attiene al mutamento delle circostanze di fatto è abbastanza evidente che un comportamento del contribuente diverso da quello concordato con l’Amministrazione non può non avere dei riflessi diretti sull’accordo stesso; ben diverso è il caso di una modifica di diritto, ossia della normativa sulla base della quale è stato sottoscritto l’accordo, che non si vede per quale motivo debba mettere in discussione quanto concordato. Del resto, storicamente, una delle motivazioni per le quali i ruling hanno ottenuto un così ampio successo a livello internazionale è legata proprio all’opportunità di cristallizzare il comportamento dell’Amministrazione Finanziaria, anche nell’eventualità di una modifica del quadro normativo di riferimento.
Una volta perfezionato il ruling dovrà essere inviato in copia secondo quanto previsto dalla normativa comunitaria (quale?, al momento non esiste alcuna normativa di questo tipo in ambito europeo, e per gli Stati extra europei cosa si dovrà fare?) all’autorità fiscale competente degli Stati di residenza o di stabilimento delle imprese con i quali i contribuenti pongono in essere le relative operazioni.
Competenti a ricevere le richieste di ruling saranno esclusivamente i competenti Uffici dell’Agenzia delle Entrate di Milano e di Roma secondo quanto verrà stabilito con un apposito provvedimento dal direttore della medesima Agenzia. E’ questa una norma di difficile comprensibilità: se infatti si voleva limitare l’attività di negoziazione dei ruling si doveva attribuire tale funzione solo ad una apposita struttura al servizio di tutti i contribuenti tramite, ad esempio, il filtro delle diverse Agenzie delle Entrate. Operando invece come previsto dal legislatore oltre ad obbligare i contribuenti a dialogare direttamente esclusivamente con l’Agenzia delle Entrate di Roma o di Milano si pone il problema di un possibile orientamento difforme delle due Agenzie proprio in un settore così particolare come quello degli accordi fiscali su problematiche a carattere internazionale che, invece, dovrebbero essere oggetto di una assoluta uniformità di orientamento.
Quale conseguenza del perfezionamento del ruling l’Amministrazione Finanziaria si vedrà fortemente limitati i poteri di verifica e controllo. In particolare per i periodi d’imposta per i quali questo accordo avrà validità il potere di verifica e controllo sarà limitato esclusivamente a questioni diverse da quelle oggetto di ruling.
I riflessi dell’improvvisa “nascita” del ruling italiano appaiono al momento alquanto positivi, in primis nelle previsioni del Governo, se questo nello stimare i maggiori costi previsti dal provvedimento in 5 milioni di Euro ne prevede la totale copertura con le previste maggiori entrate ad esso connese. Ed una volta tanto la previsione non appare in alcun modo sproporzionata, soprattutto ove si guardi alle positive esperienze estere che, in particolar modo in materia di “transfer pricing”, hanno portato ad un sensibile aumento del gettito tributario, tra l’altro con una quasi completa eliminazione del contenzioso.
Il meccanismo dell’APA (Advance Price Agreement) è infatti lo strumento privilegiato con il quale gli Stati Uniti, da sempre il Paese più impegnato nel contrastare le politiche di tax planning fondate sulla fissazione di prezzi di trasferimento che consentano di allocare la redditività del gruppo in Stati che prevedono un regime fiscale meno oneroso rispetto a quello statunitense, hanno recuperato a tassazione ingenti somme di denaro. E tutto ciò senza avventurarsi in un contenzioso che l’esperienza ha insegnato essere lungo, assai complesso e soprattutto dall’esito quanto mai incerto. Prova ne sia che il fisco italiano consapevole di questi problemi non ha mai affrontato seriamente né a livello normativo né in sede di verifica tributaria le problematiche dei prezzi infragruppo e dei connessi rilevanti vantaggi fiscali che un’opportuna gestione di questi strumenti può consentire di ottenere.
Nel confronto con le forme più avanzate di ruling in vigore in altri Paesi la versione italiana di questo istituto sembra però soprattutto mancare di una distinzione tra i cosiddetti “standard ruling” ed i “private ruling”. I primi sono di solito accordo fiscali che per le loro caratteristiche possono trovare applicazione nei confronti di tutti i contribuenti e che pertanto vengono resi pubblici ad indicare un orientamento dell’Amministrazione valido erga omnes, senza che di volta in volta sia necessario avviare uno specifico negoziato con i singoli contribuenti.
Il “private ruling”, invece, prevede una questione di interesse specifico di un singolo contribuente o che per le sue caratteristiche (ad esempio la determinazione del prezzo di trasferimento infragruppo per determinati semilavorati o diritti immateriali) non è assolutamente opportuno rendere pubblica; in questo caso il ruling assume così la sua veste più tipica di un accordo riservato.
Nella nuova disciplina del ruling internazionale italiano manca proprio uno specifico riferimento allo standard ruling che, invece, potrebbe rivelarsi uno strumento estremamente utile sia per ridurre il numero di richieste di accordo fiscale inoltrate all’Amministrazione, sia per improntare ad un rapporto di ancora maggior chiarezza i rapporti con i contribuenti.
Si tratta comunque di manchevolezze che potranno essere eliminate nei primi tempi di applicazione della norma, eventualmente in sede di predisposizione delle disposizioni attuative che, anche in questo caso, assumono un’importanza decisiva nel definire il quadro normativo di riferimento.
Insomma il ruling rappresenta una grande occasione per il nostro Paese per migliorare il rapporto fra imprese e fisco, contribuendo anche per questa via al tentativo di rilanciare il sistema Italia nel mondo dove, è inutile negarlo, le ultime classifiche vedono ancora in sensibile calo il nostro appeal internazionale.

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