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FLAT TAX: questa sconosciuta

FLAT TAX: questa sconosciuta
di Enrico Santoro

SEMPRE PIU’ SPESSO CI SI INTERROGA SULLA POSSIBILITA’ CHE LA FLAT TAX POSSA ESSERE LO STRUMENTO PIU’ ADATTO A RISOLVERE I PROBLEMI FISCALI ITALIANI ED EUROPEI. E’ TEMPO, QUINDI, DI CONOSCERLA MEGLIO.

Con l’approssimarsi della fine della legislatura e l’oramai evidente impossibilità di completare l’originario progetto governativo di radicale riforma tributaria anche in Italia, come è già successo negli altri Paesi chiamati alle elezioni generali negli ultimi tempi, ha fatto la sua comparsa nel dibattito politico la “flat tax”.
Di cosa si tratta, chi la applica, chi si propone di farlo nel prossimo futuro, come si colloca nel quadro normativo italiano e quali conseguenze potrebbe avere sul nostro sistema tributario sono gli interrogativi ai quali cercheremo di dare una risposta in queste pagine.
Innanzitutto si consideri come la “flat tax” (tassa uniforme o forfetaria in una traduzione letterale) si configuri, secondo quanto previsto dal suo inventore e teorico, l’americano Alvin Rabushka che nel 1985 ha elaborato la sua proposta, come un sistema tributario basato su di un’unica aliquota fissa che trova applicazione sia ai redditi societari che a quelli maturati in capo alle persone fisiche.
“Con la flat tax i vantaggi sarebbero enormi, soprattutto per l’erario”.
Infatti l’assioma di questa metodologia impositiva è che ad aliquote più basse, uguali per tutti, dovrebbe corrispondere l’emersione di una larga parte di quei redditi che oggi non vengono dichiarati per sottrarli ad un meccanismo impositivo considerato eccessivamente penalizzante per i contribuenti. Per effetto dell’applicazione della flat tax tali redditi dovrebbero emergere, spinti a ciò da un sistema impositivo meno oneroso, garantendo quindi un maggior gettito tributario.
Per quanto riguarda il problema del gettito è senza dubbio vero che sia l’esperienza della “Reaganomics” negli anni ’80, dove la riduzione dell’aliquota marginale massima dal 70 al 28%, portò ad una vivace crescita economica grazie alla quale si ottenne un raddoppio delle entrate tributarie, che quella del governo di Margaret Thatcher fra il 1979 e il 1985 in Gran Bretagna, che promosse una riduzione delle aliquote massime d’imposta dall’83 al 40% con un significativo incremento delle entrate tributarie, hanno chiaramente indicato come alla teoria abbia fatto seguito un effettivo aumento del gettito tributario, sia pur in presenza di un considerevole calo delle aliquote d’imposta.
In entrambi i casi, tuttavia, è bene precisare come non si trattò dell’applicazione di una vera e propria flat tax ma piuttosto di una riduzione di aliquote fiscali, oggettivamente disincentivanti, accompagnata da un sistema di controlli particolarmente capillari ed efficaci che hanno senza dubbio contribuito in modo decisivo al successo di questa innovativa politica impositiva.
Sergio Ricossa, professore di Economia all’Università di Torino e da sempre fra i paladini di un fisco “discreto” ipotizza un’applicazione della flat tax nel nostro Paese con, però, alcuni correttivi rispetto alla teoria originaria. In particolare “una flat tax per le società, in un mercato unico, è un’ipotesi possibile secondo il principio: un mercato un’aliquota. Diverso il caso della sua applicazione alle persone fisiche dove, invece, la tradizione europea per la progressività dell’imposta è troppo radicata per avere successo. Un’aliquota unica per i redditi personali semplificherebbe molto i calcoli ma in Europa e in Italia è semplicemente inconcepibile”.
Una precisazione è necessaria, Ricossa probabilmente intendeva fare riferimento all’Europa Occidentale, ossia alla vecchia Unione Europea a 15 Stati, in quanto quella odierna a 25 vede già una consistente presenza di Paesi che, in materia di flat tax, sono da tempo passati dalla teoria alla pratica.
La flat tax, fino ad ora, ha infatti trovato ampia diffusione soprattutto nei Paesi dell’ex blocco sovietico (vedi Tab. A) che, caratterizzati da sistemi tributari con aliquote alte e complessi sistemi di detrazioni e deduzioni associate ad una diffusa evasione fiscale hanno trovato in questo nuovo sistema impositivo una ricetta vincente per incrementare notevolmente il gettito tributario svolgendo, tra l’altro, una rilevante azione di richiamo sugli investimenti esteri, attratti oltre che dalla basse aliquote, da una metodologia impositiva di facile comprensione e applicazione.
A questo punto non si può non ricordare come la flat tax sia in realtà nata ben prima di essere teorizzata come tale dall’americano Rabushka. Già nel 1940 nel dominion inglese di Jersey veniva infatti introdotto un sistema impositivo che presentava delle caratteristiche assimilabili alla flat tax a cui ha fatto seguito, nel 1947, l’esperienza di Hong Kong con un’aliquota flat del 16%. In entrambi i casi il sistema è arrivato fino ad oggi con solo piccoli aggiustamenti ad evidenziare un’invidiabile longevità del sistema capace di resistere, nel caso di Hong Kong, anche ad un cambio di sovranità.

TAB. A – I PAESI EUROPEI CHE APPLICANO LA “FLAT TAX”
Paese Aliquota Anno di introduzione
Estonia 24% (20% nel 2007) 1994
Lituania 33% 1994
Lettonia 25% 1995
Russia 13% 2001
Serbia 14% 2003
Ucraina 13% 2004
Slovacchia 19% 2004
Georgia 12% 2005
Romania 16% 2005

 

Dopo queste prime esperienze, in tempi più recenti sono stati i Paesi baltici (Lituania, Estonia, Lettonia) che hanno fatto da apripista nell’applicazione della flat tax con risultati senza dubbio positivi in termini di gettito tributario e di appeal nei confronti degli imprenditori stranieri, tuttavia questi risultati non possono essere considerati del tutto significativi su scala generale, principalmente per le ridotte dimensioni territoriali ed economiche dei Paesi in questione.
Nel 2001 la flat tax si è estesa anche alla Russia, dove ha propiziato una rilevante ripresa economica accompagnata ad una crescita del reddito personale, depurato dall’inflazione, di oltre il 100% nei quattro anni successivi all’introduzione di questa nuova formula impositiva. In questo caso l’esperienza si può senz’altro considerare più significativa per quanto attiene all’efficacia di un sistema impositivo di questo tipo, vuoi per la rilevante importanza economica del Paese, vuoi per il gran numero di persone e società coinvolte.
Nel 2004 è stata la Slovacchia a scegliere la flat tax, con un’aliquota del 19% generalizzata per le società, le persone fisiche e l’IVA. Una scelta che, per la posizione geografica e la grande tradizione industriale ha messo in grande apprensione la vicina Germania dove l’ipotesi di portare al 19% almeno l’aliquota dell’imposta sulle società (dal 56% di solo sei anni fa) è stato uno dei temi dominanti della recente campagna elettorale e dove anche ad elezioni concluse non è affatto da escludere una effettiva introduzione di tale aliquota già a partire dal prossimo futuro. Certo non si tratta di una scelta analoga alla flat tax generalizzata proposta dalla Slovacchia ma è comunque il segno di un fenomeno più generale che vede le aliquote delle imposte sulle società in continuo calo in tutti i Paesi europei, soprattutto allo scopo di evitare di perdere appeal nei confronti degli investitori nazionali ed esteri.
E che la flat tax abbia suscitato un diffuso interesse un po ovunque nel mondo lo prova il vivace dibattito accesosi lo scorso anno negli Stati Uniti a seguito della proposta del candidato alla presidenza Steve Forbes di introdurre un’aliquota flat del 17% sui redditi. La sua mancata nomination ha poi, almeno temporaneamente, posto la sordina a questa innovativa proposta di riforma fiscale, ma non può fare a meno di menzionare i numerosissimi interventi sia a favore che contro che hanno accompagnato la sua proposta.
Ritornando all’Europa non si può non prendere atto come a prescindere dalle buone intenzioni di alcuni uomini di governo (si vedano gli altri articoli dello speciale sul futuro del fisco europeo in questo stesso numero di Forum) nel nostro Continente, in materia fiscale, tutti i Paesi vadano ancora ciascuno per la propria strada senza mostrare alcun particolare interesse alle proposte di armonizzazione tributaria.
Tuttavia ciò non significa che la tradizione della progressività dell’imposizione prevista da tutti i Paesi dell’Europa Occidentale possa essere cancellata con un semplice tratto di penna per far posto alla flat tax.
In Italia, in particolare, la progressività dell’imposizione è sancita dalla stessa Costituzione che, all’art. 53, espressamente recita: “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.
Certo per le società il discorso si presenta differente ed anche senza chiamare in causa la flat tax non si può negare come già da alcuni anni non siano pochi i Paesi dell’Europa Occidentale che, nell’ambito di un più generale processo di concorrenza fiscale, hanno fatto una scelta di drastica riduzione dell’aliquota d’imposta sulle società.
E’ il caso dell’Irlanda che prevede una tassazione del 12,5% sui redditi societari, scelta questa che ha avuto riflessi eccezionalmente positivi in termini di crescita economica, oggi frenata solo dall’indisponibilità di ulteriore mano d’opera; del Portogallo che ha portato l’imposta sulle società al 27%, con un taglio di 10 punti percentuali; dell’Austria che l’ha ridotta al 25%, con un taglio di 9 punti, e della già citata Germania che punta, vincoli di bilancio permettendo, ad un’aliquota del 19%.
Insomma è probabile che la flat tax non potrà veder replicato nell’Europa Occidentale il successo maturato all’Est ma non c’è dubbio che la competizione fiscale, anche quale conseguenza dell’introduzione di questa nuova metodologia impositiva, si sia accesa, in particolare per quanto riguarda le imposte societarie.
E’ questa l’inevitabile conseguenza della sempre maggiore mobilità dei capitali (si considerino un significativo esempio di questa tendenza i sempre più diffusi fenomeni di delocalizzazione produttiva) rispetto al fattore lavoro, per sua natura poco mobile e quindi di fatto impossibilitato a riposizionarsi laddove sia assoggettato ad un regime impositivo di maggior favore. Le imprese tendono pertanto a trasferirsi con rapidità laddove le condizioni “ambientali” e in particolare fiscali, si presentino più accoglienti, e la flat tax con le sue semplificate modalità applicative e le ridotte aliquote d’imposta può essere un interessante elemento di richiamo.

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