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Beni immateriali: un valore da amministrare

BENI IMMATERIALI: UN VALORE DA AMMINISTRARE
di Andrea Chiavelli

Problematiche ed opportunità connesse alla gestione delle attività immateriali. Nell’attuale stagione di concentrazioni aziendali e di integrazione dei mercati gli intangible assets (dall’avviamento ai marchi, dai brevetti alle licenze o ai software) rappresentano una primaria fonte di ricchezza per l’impresa: un patrimonio da valorizzare e da gestire correttamente – dal punto di vista economico, prima ancora che fiscale – attraverso un’accurata pianificazione, ed un elemento chiave nella determinazione del vantaggio competitivo dell’impresa che li detiene.
La capacità di creazione del valore economico dipende non soltanto dall’autonoma individualità che caratterizza ciascuna attività immateriale e dal fatto che, il più delle volte, può essere autonomamente ceduta o concessa in licenza ad altri soggetti. Dipende altresì dalla circostanza per cui il posizionamento strategico di un’azienda all’interno di un mercato o di un settore di attività viene spesso a dipendere dal possesso di un particolare brevetto, di una formula scientifica o del know how relativo ad un processo di produzione che consente, ad esempio, di saltare una fase della catena produttiva, ottimizzando tempi e risorse e accrescendo la produttività della lavorazione.
Tale maggior valore – comunemente noto come avviamento – spesso non trova espressione nell’ambito delle attività patrimoniali dal momento che la normativa civilistica ne consente l’iscrizione solo quando viene acquisito a titolo oneroso. Emerge invece, salvo alcune eccezioni cui accenneremo tra breve, quando vengono deliberate operazioni di riorganizzazione aziendale (quali cessioni, conferimenti, fusioni) o in concomitanza con la realizzazione di accordi di joint ventures.
Va tuttavia considerato che esistono situazioni, quali la quotazione in Borsa, in cui l’avviamento non viene normalmente indicato quale voce dell’attivo patrimoniale dell’azienda che accede al listino (tanto che, per far sì che venga evidenziato, si effettua talvolta un preventivo scorporo dei rami d’attività più redditizi con conferimento degli stessi nella società quotanda), ma costituisce ugualmente una delle poste più importanti soggette a valutazione economica: con la quotazione infatti tanto i risultati storici quanto i punti di forza e le potenzialità inespresse dell’azienda trovano significativa espressione economica. Lo sfruttamento economico dei beni immateriali non è tuttavia fonte di sole opportunità.

Diversi sono infatti i problemi che possono emergere, ad esempio, quando il bene viene ceduto o in occasione di un contratto di licenza per la cessione dei diritti di sfruttamento dello stesso: limitandoci alle problematiche di natura strettamente tributaria, la congruità del prezzo di cessione del bene immateriale o delle royalty erogate per il relativo utilizzo, il fatto che la transazione viene svolta con una controparte domiciliata in un paese a tassazione agevolata e dunque l’incompatibilità con le normative antiparadiso, o ancora il fatto che la transazione coinvolge soggetti giuridicamente collegati ed implica l’osservanza delle norme stabilite in materia di transfer pricing.
E’ noto, ad esempio, che fino a qualche anno fa le organizzazioni multinazionali concedevano a titolo gratuito l’utilizzo del marchio alle proprie consociate. Successivamente, con il progressivo accentuarsi dell’internazionalizzazione dei mercati e la penetrazione commerciale di nuove aree geografiche si è affermata l’esigenza di costituire joint ventures estere cui venisse concesso l’uso del marchio o del nome della casa madre: ciò ha contribuito a far sì che imprese ed autorità fiscali prendessero coscienza del valore implicito in un’appropriata gestione degli stessi.
Di qui la necessità non solo di addebitare royalty per l’utilizzo del marchio il cui ammontare fosse il più possibile in linea con i criteri di congruità stabiliti dalle amministrazioni finanziarie dei paesi coinvolti, ma anche di selezionare il paese più idoneo dal punto di vista fiscale per gestire l’attività immateriale ed i redditi connessi con il suo sfruttamento. Un obiettivo tutt’altro che semplice da conseguire, come dimostra l’atteggiamento aggressivo mantenuto da molti Stati (principalmente Stati Uniti e Regno Unito) nei confronti di pratiche ritenute spesso illegittime sia sotto il profilo dell’antielusione generale che del transfer pricing.

A conferma di ciò riteniamo utile sintetizzare i tratti salienti di una recente sentenza (n. 387 del 19 novembre 1998) della Commissione tributaria provinciale di Ravenna che ha disconosciuto la congruità delle royalty corrisposte da una società manifatturiera italiana alla casa madre statunitense in dipendenza di un contratto di licenza per l’utilizzo del marchio, nonché di tecnologia e know how produttivo. In breve, l’accordo commerciale prevedeva il pagamento di una royalty pari al 7% del fatturato della società italiana; una percentuale che è stata però giudicata sproporzionata dall’autorità fiscale in rapporto al contenuto economico dell’accordo. Infatti, secondo quanto disposto dalla Circolare 32/9/2267 del 1980, relativamente al trattamento fiscale delle transazioni infragruppo aventi ad oggetto beni immateriali il Ministero delle Finanze ritiene che una royalty eccedente il 5% del fatturato sia fiscalmente congrua solo in circostanze eccezionali, ossia nel caso di beni ad elevato contenuto tecnologico.

Al contrario, la situazione della società indagata non presentava elementi di fatto in grado di giustificare l’ammontare delle royalty effettivamente erogate: il fatto che il rapporto contrattuale con la casa madre, originariamente stipulato alla fine degli anni 60, era stato più volte rinnovato negli anni senza modifiche significative lasciava infatti trasparire che l’oggetto del diritto di sfruttamento non era caratterizzato da un elevato contenuto tecnologico.
Inoltre, la circostanza che la stessa società stava svolgendo in proprio attività di R&S volte alla realizzazione di un proprio know how contribuiva ad avvalorare la tesi dell’amministrazione finanziaria. In base agli elementi di fatto delineati, la Commissione provinciale di Ravenna ha dunque accolto l’istanza dell’amministrazione finanziaria ed ha riconosciuto al contribuente la deducibilità ai fini tributari di una royalty pari al solo 2% del fatturato realizzato. Il rispetto del principio di correlazione tra i costi ed i ricavi di competenza impone infatti che anche le royalty (al pari di tutte le altre categorie di costi) sono fiscalmente deducibili nella misura in cui manifestano una capacità di produrre benefici economici futuri, ossia fintantoché risultano proporzionate rispetto all’entità dei vantaggi conseguibili dallo sfruttamento economico dei beni o dei diritti in licenza. Una proporzione che il fisco italiano ha ritenuto di poter quantificare (nel caso in questione) nella misura massima del 2% del fatturato.

Anche l’Ocse, nel suo rapporto sul transfer pricing, si è soffermato sul principio di inerenza e sulla imprescindibile correlazione tra costi e ricavi di competenza quale elemento chiave per stabilire la reale esistenza di un’attività immateriale e la correttezza del valore assegnatole. Affermare, ad esempio, che i costi capitalizzati ad incremento di un determinato “brevetto” devono essere chiaramente quantificabili e ad esso direttamente riconducibili equivale a dire che il relativo progetto di ricerca è in avanzata fase di sperimentazione, è stata valutata la commerciabilità del brevetto ed è stato ragionevolmente stimato il flusso reddituale che l’impresa prevede di conseguire attraverso il suo impiego nel processo produttivo.
Non tutte le attività conducono infatti a risultati commercialmente apprezzabili ed i relativi costi devono essere in tal caso trattati come spese correnti; d’altra parte se, in un secondo momento, a partire da quei medesimi risultati l’impresa realizza un’invenzione economicamente sfruttabile, i costi prima spesati non possono essere portati ad incremento del valore dell’attività, con la conseguenza che il valore di bilancio del bene immateriale non ne riflette il reale valore di mercato.
I problemi di natura tributaria si intrecciano dunque con quelli relativi al trattamento contabile ed ai criteri di valutazione delle attività immateriali in sede di redazione del bilancio d’esercizio. E l’attenzione posta da un organismo accreditato come l’Ocse per entrambi i tipi di problematiche dimostra la grande attenzione che deve essere prestata nella valorizzazione di tali poste.
Sulla scia di tali considerazioni l’armonizzazione degli standard contabili, auspicata sia dall’Ocse che dalle principali istituzioni internazionali, potrebbe agevolare sensibilmente l’operatività delle imprese impegnate sui mercati esteri (per maggiori dettagli sull’argomento si veda l’articolo a pag. ).

D’altro canto le pressanti esigenze imposte dall’integrazione finanziaria dei mercati hanno ormai impresso una svolta decisiva al dibattito sull’armonizzazione degli standard contabili: l’Unione Europea ha infatti formalizzato un programma d’intervento che prevede la generalizzazione degli standard contabili elaborati dallo IASC a tutte le società quotate residenti negli Stati dell’Unione Europea entro il 2005, con facoltà di estensione del medesimo trattamento anche alle società non quotate.
Tale iniziativa rappresenta un passo estremamente significativo nella direzione di una “vera” armonizzazione fiscale (operata attraverso l’uniformazione delle basi imponibili piuttosto che delle aliquote). Già all’inizio degli anni ’90 il Rapporto Ruding aveva proposto l’uniformazione dei criteri di determinazione dell’utile civilistico come presupposto necessario per la creazione di un’effettiva convergenza anche in materia tributaria (in Europa, infatti, il reddito d’impresa viene generalmente determinato a partire dal risultato di bilancio).
Ma i successivi contrasti tra i vari Paesi membri avevano reso difficilmente percorribile quella strada. Almeno fino ad oggi.

LE IMMOBILIZZAZIONI IMMATERIALI SECONDO LA NORMATIVA ITALIANA ….

Secondo quando stabilito dalle norme sul bilancio d’esercizio e dalla corretta prassi contabile (Principio n. 24 dei CNDC&R), le immobilizzazioni immateriali si caratterizzano in primo luogo per il fatto di essere impiegate durevolmente nel processo produttivo in quanto non esauriscono la loro utilità in un solo periodo, contribuendo alla creazione del valore economico dell’impresa, ed in secondo luogo per l’assenza di materialità.
L’articolo 2424 del codice civile classifica il raggruppamento delle immobilizzazioni immateriali alla voce B.I. dello stato patrimoniale: in questa sono presenti non soltanto i beni immateriali veri e propri (brevetti, marchi, concessioni, licenze, ecc.), ma anche l’avviamento – inteso come espressione del vantaggio competitivo dell’impresa e quindi della capacità prospettica di generare sovraredditi – e una serie di costi “sospesi” (ricerca e sviluppo, pubblicità, impianto ed ampliamento) non imputati al conto economico perché aventi la caratteristica di oneri ad utilità pluriennale. Come noto, il criterio stabilito dal codice civile per la valorizzazione delle immobilizzazioni immateriali è rappresentato dal costo sostenuto per il suo acquisto o per la produzione interna, comprensivo degli eventuali oneri accessori di diretta imputazione.
Tale costo deve essere ammortizzato ogni anno in relazione alle residue possibilità di utilizzazione: ciò implica la predisposizione di un piano di ammortamento lungo un arco temporale determinato in funzione della vita utile del bene, che deve essere stimata in relazione sia alla durata tecnica dell’immobilizzazione che al valore funzionale della stessa, ossia alla residua capacità di contribuire al processo di formazione dei ricavi. Per quanto riguarda le singole voci appartenenti alla categoria dei beni immateriali in senso stretto, i diritti di brevetto sono iscrivibili nell’attivo patrimoniale sia nel caso in cui gli stessi costituiscono il frutto di un’attività di sperimentazione interna all’azienda sia nel caso in cui sono stati acquistati a titolo oneroso da soggetti terzi: in quest’ultimo caso, tuttavia, è necessario tenere distinto il pagamento iniziale corrisposto all’atto della stipula del contratto – che costituisce l’importo effettivamente capitalizzabile – dall’eventuale corresponsione di royalty periodiche commisurate al fatturato – che devono invece essere spesate nell’esercizio di competenza.
Per il principio di prudenza il costo del brevetto deve essere ammortizzato lungo un arco temporale pari al minore tra la durata legale e la vita economica del brevetto, ossia il periodo durante il quale l’impresa ritiene ragionevolmente di trarre un beneficio economico dallo sfruttamento dello stesso. Un discorso analogo può essere fatto relativamente ai marchi, il cui costo può essere imputato all’attivo patrimoniale quando il marchio è sviluppato internamente all’azienda o è acquisito a titolo oneroso da terzi. L’unica condizione che deve essere tuttavia rispettata è l’effettivo utilizzo del marchio nell’ambito del processo produttivo; non sarebbe infatti possibile mantenere tra le immobilizzazioni un marchio lasciato poi improduttivo: i costi iscritti non possedendo più il requisito dell’utilità pluriennale dovrebbero essere imputati al conto economico.
Ciascun bene immateriale può essere poi oggetto di diverse forme di sfruttamento economico: oltre all’utilizzo diretto o all’alienazione è possibile trasferire i diritti di sfruttamento attraverso contratti di licenza. Per il trattamento contabile del costo sostenuto dall’impresa licenziataria per l’acquisizione del diritto vale quanto visto a proposito dei brevetti: è dunque capitalizzabile il solo corrispettivo inizialmente corrisposto all’impresa concedente, che va ammortizzato in base al periodo di durata della licenza, ma non gli eventuali pagamenti corrisposti periodicamente a titolo di royalty commisurate al fatturato.
Nell’ambito del raggruppamento B.I. dello stato patrimoniale è inoltre compresa la categoria dei costi pluriennali (impianto ed ampliamento, pubblicità, ricerca e sviluppo) che pur avendo in linea generale natura di spese correnti possono, in determinate condizioni ed in concomitanza con particolari momenti della vita aziendale (lancio di un nuovo prodotto, costituzione, ristrutturazione e conseguente ampliamento dimensionale dell’azienda, ecc.), essere iscritti tra le immobilizzazioni immateriali. Perché possano essere capitalizzati tali oneri devono possedere in primo luogo il requisito dell’utilità pluriennale.
La loro iscrizione deve comunque ricevere il benestare del collegio sindacale dal momento che si tratta di spese non direttamente riconducibili a particolari beni o diritti. Nel caso delle società quotate, tuttavia, tale competenza è stata affidata alle società di revisione: sulla questione, non pienamente chiarita dal Decreto Draghi (D.Lgs. n. 58/1998) e oggetto di dibattito in dottina, è intervenuto l’autorevole chiarimento fornito nell’ambito dei principi di comportamento del collegio sindacale nelle società di capitali con aziende quotate nei mercati regolamentati.
Tali costi restano “sospesi” nell’attivo patrimoniale fino all’esercizio nel quale cominciano a produrre i primi benefici, momento in cui l’impresa può iniziarne l’ammortamento. Prudenzialmente, tuttavia, l’articolo 2426 del c.c. pone dei limiti alla distribuzione dei dividendi nel caso in cui l’ammortamento dei costi pluriennali non sia stato completato: l’impresa può infatti procedere alla distribuzione solo nella misura in cui esistano riserve patrimoniali sufficienti a coprire la quota di costi ancora da ammortizzare. E’ appena il caso di sottolineare (si rinvia in proposito a quanto precisato nel Principio contabile n. 24 dei CNDC&R) che qualora le attività immateriali siano destinate alla vendita non costituiscono poste dell’attivo immobilizzato, ma dell’attivo circolante, con conseguenti differenze nei criteri di valorizzazione applicabili.

…E SECONDO LA PRASSI AMMINISTRATIVA INTERNAZIONALE: LO IAS N. 38

Lo standard elaborato dall’International Accounting Standard Committee (IASC) per la contabilizzazione delle attività immateriali prevede che le stesse possano essere correttamente imputate al conto patrimoniale solo nel caso in cui l’impresa si aspetta di conseguire degli effettivi benefici dall’utilizzo di tali beni. Non è infatti detto che oneri quali quelli di ricerca e sviluppo per la realizzazione di brevetti, nuovi processi produttivi o di nuovi prodotti siano capitalizzabili sic et simpliciter: lo IAS 38 pone tre condizioni al riguardo, e cioè che l’attività immateriale sia autonomamente identificabile, che l’impresa sia in grado di disporne pienamente (qualora si tratti di proprietà giuridicamente tutelate, la titolarità dei diritti legali di sfruttamento) e che preveda di impiegarla proficuamente nell’ambito del processo produttivo aziendale.
Rispetto al relativo Principio contabile italiano, la capacità dell’attività immateriale di produrre benefici futuri per l’impresa va intesa in maniera più restrittiva: se, infatti, anche la prassi nazionale fa riferimento all’autonoma identificabilità e alla possibilità di essere destinata durevolmente al servizio dell’impresa, nello IAS 38, tuttavia, non trova collocazione quella particolare categoria di costi che la normativa italiana consente invece di rinviare agli esercizi futuri anche in assenza di un’effettiva produttività futura (esempio tipico in tal senso è rappresentato dagli oneri di costituzione, dai costi di avviamento di una nuova iniziativa produttiva – c.d. costi di start up -).
Il differimento di tali oneri, pur richiedendo l’esplicito consenso del collegio sindacale rappresenta una prassi comunemente adottata dalle imprese italiane in virtù del fatto che si tratta comunque di oneri sostenuti una tantum (e dunque non assimilabili a costi di natura ricorrente) ad utilità pluriennale. Ebbene, secondo lo IAS 38 tali costi non sono sostenuti per acquisire o creare attività immateriali autonomamente identificabili, ancorché si tratti di oneri riconducibili a futuri benefici per l’impresa.
La stessa logica è alla base dell’esclusione di altre categorie di costi ad utilità pluriennale dal novero delle spese capitalizzabili, quali i costi di selezione ed addestramento del personale sostenuti nelle fasi di avvio dell’impresa o in sede di sviluppo di nuove attività o per i costi di pubblicità. Con riguardo a tale ultima categoria di costi è appunto da segnalare il difforme trattamento rispetto a quanto previsto dalla normativa nazionale, ove invece i costi di pubblicità sono capitalizzabili se sono inequivocabilmente legati ad eventi eccezionali della vita aziendale (avvio dell’attività, campagne per il lancio di un nuovo prodotto o per la sponsorizzazione di un nuovo marchio, ecc. ) ai quali sono associati dei benefici futuri. Analoga disparità di trattamento è inoltre riscontrabile con riguardo ai costi di ricerca e a quelli di sviluppo (inteso come applicazione dei risultati conseguiti tramite la ricerca): infatti, mentre i Principi italiani distinguono tra “ricerca di base” (relativa a progetti privi di una destinazione o di una utilità specifica per l’impresa che la svolge) e “ricerca applicata” (che fa invece riferimento agli aspetti applicativi del progetto) e consentono di capitalizzare i soli oneri relativi alla ricerca applicata, al contrario lo IAS 38 vieta espressamente ogni possibilità in tal senso.
Per i primi, inoltre, pur in presenza delle suddette condizioni, la capitalizzazione resta una “facoltà” dell’impresa: non esiste infatti alcun obbligo per la loro iscrizione dell’attivo patrimoniale, che viene invece rimessa alla “discrezionalità” degli amministratori, a causa della soggettività delle valutazioni da operare (in merito alla loro utilità futura, alla significatività degli importi e all’impatto da questi prodotto sul risultato economico dell’esercizio nel caso in cui vengano spesati interamente nell’esercizio di competenza). L’utilizzo dei termini facoltà e discrezionalità deve tuttavia essere correttamente inteso non come l’esercizio di una libera scelta degli amministratori, ma al contrario come una valutazione “imposta” dal verificarsi di determinati presupposti.
Tale considerazione è rinforzata dal fatto che lo stesso codice civile richiede al collegio sindacale di “vigilare” sulla capitalizzazione. In ogni caso la formulazione dello IAS 38 mira ad escludere completamente questo genere di discrezionalità, imponendo agli amministratori la capitalizzazione dei soli costi di sviluppo quando siano certi della fattibilità del progetto intrapreso e della commerciabilità dei relativi risultati, e siano in grado di stimarne esattamente i costi di realizzazione e le concrete possibilità di utilizzo interno o esterno all’azienda.

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