| 1995: NUMERO 5 | TORNA ALL' INDICE GENERALE |
| SPECIALE FINANZA PRESTITI PARTECIPATIVI E FONDI CHIUSI, CHANCES PER RICAPITALIZZARE. di Roberto Colcellini Studio Santoro - Firenze I fondi comuni di investimento chiusi e i prestiti partecipativi rappresentano, tra gli strumenti finanziari del capitale di rischio per lo sviluppo imprenditoriale, una buona opportunità. Introdotti nell'ordinamento italiano dalla legge n. 344 del 14 agosto 1993 i fondi sono privilegiati dalle aziende medio - grandi anche se, come diretta utilità d'investimento, vengono considerati produttivi dopo i prestiti partecipativi ed il ricorso a merchant banks. Rispetto ai "cugini" mobiliari, i fondi chiusi si caratterizzano per la impossibilità di ritirare il capitale investito se non al termine della vita del fondo che, in genere, ha una durata minima di cinque anni e massima di dieci. L'uscita anticipata dal fondo comporta il trasferimento dei certificati. Questi fondi fanno capo a società di gestione costituite in base alla legge che regola i fondi comuni d'investimento mobiliare aperti (n.77 del 23 marzo 1983) e sono gestiti da società con personalità giuridica e patrimonio distinti da quelli del fondo. Per i fondi "aperti" i partecipanti, invece, hanno diritto di chiedere in qualsiasi momento il rimborso delle quote (tranne nei giorni di chiusura delle Borse).
I PRESTITI PARTECIPATIVI.
E' una forma intermedia di finanziamento tra il prestito personale e il capitale proprio. I prestiti partecipativi (regolati dall'art.35 della legge n.317/1991 e dal decreto del Tesoro 21 ottobre 1992) rappresentano, invece, non un investimento di lungo termine ma una diretta partecipazione al capitale di rischio dell'impresa da parte della banca finanziatrice perchè il rendimento dipende dal risultato economico dell'azienda. In pratica l'istituto di credito accetta di essere remunerato in parte mediante gli utili di esercizio dell'impresa finanziata. E', quindi, una sorta di ricapitalizzazione indiretta: comunque una nuova tipologia di credito a medio e lungo termine. Possono accedere al prestito, in genere, piccole e medie imprese industriali sane, costituite sotto forma di società di capitali con capitale non inferiore a 200 milioni di lire. L'importo è previsto fino a 5 miliardi di lire con una durata che varia dai quattro ai sette anni compreso un periodo di preammortamento non superiore al biennio. Le condizioni d'intervento della banca prevedono un aumento del capitale dell'impresa finanziata per un importo non inferiore al 50% del prestito. Questo aumento può avvenire nell'arco dei primi cinque anni del finanziamento. Il tasso praticato non è superiore al tasso ufficiale di sconto. Le imprese guardano con favore a questa forma di finanziamento perchè è molto simile al credito bancario tradizionale e si rivolge alla realizzazione di programmi innovativi e di sviluppo delle piccole imprese. Le garanzie richieste all'azienda sono "personali", sia di tipo individuale che collettivo (ad esempio i consorzi fidi). Il prestito partecipativo è una realtà ben consolidata in Francia (vengono gestiti dalla "Sociètè Francaise pour l'assurance du capital risque des petities ed moyennes entreprises" con capitale misto Stato, Associazione bancaria francese e compagnie di assicurazione), in Inghilterra ("convertible loans") e negli Stati Uniti ("subortinated loans"). In questo Paese i prestiti alle aziende rappresentano un modo alternativo alla partecipazione al capitale di rischio di un'impresa e comunemente vengono considerati come investimenti di quasi-capitale sebbene abbiano la veste formale di rapporti di credito. I prestiti partecipativi sono uno strumento finanziario molto elastico con piena deducibilità fiscale e sono uno strumento che si rileva particolarmente adatto a soddisfare le esigenze delle piccole e medie imprese che vogliono diversificare le fonti di finanziamento senza perdere la propria autonomia di gestione con l'ingresso di nuovi soci.
I FONDI CHIUSI.
I fondi chiusi prevedono, a differenza dei prestiti partecipativi, una sottoscrizione minima di 100 milioni di lire che sale fino a 400 milioni se le sottoscrizioni sono raccolte con sollecitazione del pubblico risparmio. La società di gestione deve investire il patrimonio raccolto in valori mobiliari non quotati e non possono essere acquistate azioni o quote con diritto di voto in misura superiore al 5% del valore nominale. Il fondo chiuso, infatti non è in titoli, ma in partecipazioni perchè si ha l'intento di creare tra il fondo e le imprese partecipate uno stabile legame economico e finanziario in attesa che il valore della società si rivaluti. L'obiettivo dei gestori è quello di assumere partecipazioni in società che offrano garanzie di sviluppo - e di "tenuta" - nell'arco di cinque, dieci anni tali da permettere, alla fine della vita del fondo, l'alienazione alla vecchia proprietà o ai soci realizzando quella plusvalenza che verrà distribuita tra i partecipanti o reinvestita nel fondo stesso. In sostanza si tratta di una forma di finanziamento costante, di accettazione di capitale di rischio da parte dell'impresa interessata e di un sicuro investimento di lunga durata (ovviamente dipendente dalla serietà del gestore). In ogni caso se non si ha fretta di realizzare e si possiede la liquidità per farlo, un investimento nel fondo chiuso rappresenta un accantonamento di capitale che si rivaluta in un decennio ben più di altri sistemi. L'accortezza, comunque, è la regola principe. Le caratteristiche del fondo chiuso (se è generico o specializzato, se investe in valute estere o altro) sono descritte nell'atto di stesura del suo regolamento nel quale sono elencati tutti gli obblighi della società di gestione verso i sottoscrittori oltre alle politiche d'investimento ed alle caratteristiche giuridiche e operative del fondo. Il patrimonio gestito è diviso in quote di uguale valore ed effettuata la raccolta vengono rilasciati certificati al portatore o nominativi che rappresentano le quote sottoscritte. Il risparmiatore ad ogni passaggio tecnico avrà un documento informativo: alla sottoscrizione corrisponde un prospetto informativo pubblicato per estratto sui quotidiani; nel corso della gestione avrà un rendiconto annuale e, nel caso di disinvestimento il rendiconto finale di liquidazione. I mezzi raccolti sono depositati presso una banca che dovrà vigilare sulla regolarità delle operazioni effettuate. Se si decide di investire almeno 100 milioni in uno strumento come il fondo chiuso si potrà avere un'idea in partenza di come potranno essere gestiti i finanziamenti raccolti. Se il gestore è un gruppo industriale si può facilmente ipotizzare un uso delle quote sottoscritte diretto ad una forte caratterizzazione tecnologica. Se, invece, la società sarà di origine finanziaria si potrà prevedere un ventaglio grande e diversificato di investimenti diretti più ai servizi alle imprese. In quest'ultimo caso vale la pena di ricordare come all'estero i fondi chiusi abbiano una forte vocazione specializzata che può puntare all'acquisizione di aziende da parte di familiari (family buy - out) che rilevano dagli altri parenti la proprietà e quindi la conduzione dell'impresa oppure alla scalata non ostile dell'impresa da parte degli stessi managers che già lavorano nell'azienda (management buy - out) o esterni, ma con esperienza nel settore (management buy - in). Nel caso del management buy - out, una tecnica molto usata ad esempio negli Stati Uniti, si acquisisce il controllo della società attraverso un'operazione finanziata quasi per intero dal ricorso al credito, spesso di origine bancaria. Il ripianamento dell'indebitamento contratto viene assicurato dai flussi di reddito dell'attività di gestione che, per lo più, viene integrato con il ricavato della vendita di alcuni cespiti patrimoniali della società acquisita. Il successo dei fondi chiusi in Italia sembra, ancora oggi, un pò incerto. Di operativo ne esiste soltanto uno gestito dalla Arca Gestione Impresa, un pool di banche popolari del Nord-Est. Ben poca cosa a distanza di due anni dalla legge istitutiva tant'è che diversi osservatori fanno notare come il successo di un'iniziativa del genere dipenda essenzialmente da tre fattori non ancora del tutto presenti in Italia: efficienza del mercato finanziario, presenza di investitori sofisticati e di un vivace tessuto imprenditoriale, esistenza di uno stretto legame tra contesto legislativo e fiscale favorevole allo sviluppo economico imprenditoriale. |