SUDAFRICA
NUOVE LEGGI PER GLI INVESTIMENTI STRANIERI
di Alessandra Necci
ABOLITO IL DOPPIO SISTEMA
VALUTARIO, IL GIGANTE AFRICANO APRE LE PORTE ALLE IMPRESE STRANIERE
Entro la fine del 1996 sarà
finalmente portato a termine il lungo e faticoso processo di democratizzazione che
getterà definitivamente alle spalle ben 46 anni di "apartheid". Attraverso le
elezioni dell'aprile del '94, le prime multirazziali nella storia recente del Paese, sono
stati infatti eletti i 90 membri del Senato ed i 400 dell'Assemblea che, insieme, dovranno
elaborare la versione definitiva della Costituzione sulla base dei principi approvati nel
processo di negoziazione antecedente le elezioni stesse.
In questo clima caratterizzato da
forti cambiamenti si inserisce anche un ambizioso progetto di riforma che, secondo le
intenzioni della nuova classe dirigente, implicherà la revisione dell'intero apparato
normativo. Un processo di rinnovamento che in verità è già iniziato il 13 aprile di
quest'anno con l'abolizione del doppio sistema valutario e con l'emanazione di una serie
di norme finalizzate ad attirare l'attenzione degli investitori stranieri. A ciò si
aggiunga che, sempre nel corso del '95, sono state promulgate le nuove norme sulla
sottocapitalizzazione (thin-capitalization) e sul "transfer pricing".
Al fine però di comprendere
meglio le implicazioni che l'abolizione del duplice sistema valutario comporta sulla
pianificazione degli investimenti in territorio sudafricano, occorre analizzare gli
effetti che un sistema come questo ha finora prodotto sulle scelte imprenditoriali
dell'investitore straniero. Fino allo scorso anno infatti l'imprenditore non residente
poteva investire in Sudafrica unicamente attraverso il Rand Finanziario che veniva
scambiato ad un tasso leggermente inferiore rispetto al Rand Commerciale (valuta ufficiale
utilizzata negli scambi commerciali).
Lo "spread" tra il tasso
di cambio del Rand Finanziario ed il Rand Commerciale consentiva all'imprenditore estero
di investire in Sudafrica usufruendo di uno "sconto", oscillante tra il 15 ed il
20%, rispetto al costo che lo stesso investimento avrebbe avuto se effettuato da un
imprenditore residente. Tuttavia esistevano dei limiti alle tipologie di investimento
effettuabili attraverso il Rand Finanziario; difatti l'imprenditore straniero, per
usufruire di tale "sconto", poteva investire unicamente in titoli di società
sudafricane quotate in Borsa ovvero in proprietà industriali o commerciali, anche sotto
forma di partecipazioni. Ciò comportava che qualora l'imprenditore avesse ravvisato la
necessità di effettuare un investimento di natura diversa, doveva obbligatoriamente
utilizzare il Rand Commerciale perdendo in questo modo i vantaggi derivanti dalla
differenza sul tasso di cambio. Anzi, al momento di effettuare il disinvestimento, i
proventi derivanti dalla liquidazione dell'attività commerciale, e di conseguenza delle
proprietà ad essa correlate, venivano corrisposti in Rand Finanziari; in questo caso la
differenza sul tasso di cambio rappresentava un vero e proprio "costo di uscita"
che gravava interamente sulle spalle dell'imprenditore straniero (Tab. A).
| TAB. A |
IPOTESI DI BASE:
1 $ = 5 Rand Commerciali (RC)
1 $ = 6 Rand Finanziari (RF)
Investimento = 1000$ |
PRIMA DELL'ABOLIZIONE DEL
RAND FINANZIARIO |
|
| DOPO L'ABOLIZIONE
DEL RAND FINANZIARIO |
|
| INVESTIMENTO ATTRAVERSO IL RAND FINANZIARIO
(1) |
INVESTIMENTO ATTRAVERSO IL RAND FINANZIARIO |
| Investimento $ |
(1000) |
| Disinvestimento $ |
1000 |
| Profitto / (perdita) |
0 |
|
Non più possibile |
| INVESTIMENTO ATTRAVERSO IL RAND COMMERCIALE
(2) |
INVESTIMENTO ATTRAVERSO IL RAND COMMERCIALE |
| Investimento $ |
(1000) |
| Disinvestimento $ |
833(3) |
| Profitto / (perdita) |
(167) |
|
| Investimento $ |
(1000) |
| Disinvestimento $ |
1000 |
| Profitto / (perdita) |
0 |
|
(1) Esistono limitazioni riguardanti la natura dell'investimento
(2) Non esiste alcuna limitazione
(3) Il disinvestimento deve avvenire in Rand Finanziari, quindi
5 (RC) / 6 (RF) 1.000$ = 833$ |
Se quindi da una parte il doppio
sistema di cambio favoriva l'insediamento e l'investimento in attività produttive da
parte del soggetto non residente, dall'altra la differenza sul tasso di cambio costituiva
un forte disincentivo alla liquidazione dell'attività posta in essere; in altri termini
ciò significava che l'imprenditore straniero era in un certo senso costretto a
reinvestire i proventi derivanti dalla liquidazione della propria attività, piuttosto che
reimpatriarli nel proprio Paese di residenza.
Ma da quest'anno le cose sono
cambiate dato che essendo stato abolito il Rand Finanziario non esiste più alcuna
limitazione riguardante la natura degli investimenti che l'imprenditore straniero può
effettuare in territorio sudafricano. A ciò si aggiunga che l'abolizione del doppio
sistema valutario, da una parte comporta il libero afflusso di capitali freschi
dall'estero e, dall'altra, il reimpatrio nel Paese di residenza dell'imprenditore della
quota capitale investita senza oneri aggiuntivi. Tuttavia, ed è bene precisarlo,
qualsiasi operazione che viene messa in atto da un investitore non residente e che, al
tempo stesso, implica il deflusso di capitali dal Sudafrica (ad esempio in caso di
disinvestimento) necessita di un'apposita autorizzazione che viene rilasciata dalla
Sezione per il Controllo sui Cambi della "South African Federal Reserve";
analogamente sono soggetti ad autorizzazione preventiva anche i trasferimenti di reddito
sotto forma di interessi e "royalties". Ma mentre nel caso di un'operazione di
disinvestimento, l'autorizzazione è finalizzata a verificare se l'imprenditore che
trasferisce al di fuori dei confini nazionali la propria quota capitale non abbia debiti
di natura fiscale non ancora assolti, nel caso di un trasferimento di redditi sotto forma
di interessi e royalties il controllo preventivo è diretto a verificare se tale
trasferimento avvenga ad "arm's lenght" (a prezzo di mercato) e secondo il
principio della "bona fide" (ossia se l'operazione di trasferimento dei redditi
non sia stata messa in atto esclusivamente per fini elusivi).
Ma l'abolizione del doppio tasso
di cambio se da una parte ha ampliato la gamma di possibili scelte di investimento a
disposizione dell'imprenditore straniero, incentivando in tal modo l'afflusso di capitali
dall'estero, dall'altra ha letteralmente stravolto le strutture di pianificazione fiscale
internazionale finora costruite. Fino ad oggi, infatti, la struttura più efficiente sotto
il profilo fiscale, e quindi la più utilizzata dalle imprese straniere, era quella che
prevedeva l'affiancamento di una "branch" ad una "subsidiary". Il
meccanismo era molto semplice; l'imprenditore non residente acquistava i beni immobili
strumentali all'esercizio dell'attività d'impresa mediante la "subsidiary"
mentre commercializzava i propri prodotti attraverso la "branch". In questo modo
era possibile per l'investitore straniero beneficiare, relativamente all'acquisto di beni
immobili, del favorevole tasso di cambio del Rand Finanziario usufruendo nel contempo di
un'imposizione ridotta, rispetto a quella di una "subsidiary", sul trasferimento
dei redditi dalla "branch" alla casa madre estera. E' bene infatti specificare
che una "subsidiary" fiscalmente domiciliata in Sudafrica è soggetta, oltre
alla normale imposizione sui redditi societari (35%), anche alla "Secondary Tax on
Company" (25% del dividendo netto) da scontare all'atto della distribuzione dei
redditi, sotto forma di dividendi, alla propria madre estera. E' chiaro quindi come
l'utilizzo di una "branch" da parte di una società straniera è, sotto il
profilo della minimizzazione del costo fiscale, sicuramente più efficiente rispetto alla
"subsidiary" dato che non configurandosi una distribuzione di dividendi da una
società figlia a una società madre, la "branch" non è obbligata al pagamento
della "Secondary Tax on Company" (STC).
Tuttavia se l'utilizzo di una
"branch" è sicuramente più efficace sotto il profilo fiscale, lo stesso non si
può dire per quanto riguarda l'aspetto commerciale. In determinati casi, infatti, gli
imprenditori residenti in Sudafrica sono riluttanti a trattare con una società che non è
in possesso di una organizzazione stabile nel territorio o che comunque non ha una
presenza "tangibile" nel mercato sudafricano; e tale differenza è
particolarmente marcata nel settore pubblico.
E' chiaro quindi come la
"Secondary Tax on Company" rappresenti un forte disincentivo alle scelte di
investimento da parte dei soggetti stranieri; e l'imposta in questione diventa una vera e
propria "barriera all'entrata" se si pensa che nessuna delle Convenzioni contro
le doppie imposizioni sottoscritte dal Sudafrica (tranne quella con la Gran Bretagna) ne
riduce l'impatto riconoscendo, per la STC, un credito d'imposta. Il motivo è da
ricercarsi nella natura dell'imposta stessa dato che non può essere considerata né una
ritenuta alla fonte, che indipendentemente dalla STC viene comunque prelevata in sede di
distribuzione dei dividendi, né un'imposta sui redditi societari essendo la
"Secondary Tax on Company" prelevata unicamente in caso di successiva
redistribuzione dei dividendi ricevuti.
Ed è proprio al fine di
minimizzare, o eliminare totalmente, l'impatto della "Secondary Tax on Company"
sul ritorno in termini economici dell'investimento effettuato, che le
"subsidiary" sudafricane preferivano trasferire i redditi maturati, alla propria
madre estera, sotto forma di interessi o di spese deducibili piuttosto che di dividendi;
una manovra che fino allo scorso anno era "consentita" dato che la legislazione
tributaria vigente in Sudafrica non era dotata di una specifica normativa diretta a
fronteggiare l'utilizzo di strutture societarie costituite unicamente per fini elusivi. Un
vero e proprio vuoto normativo che, con l'avvento della nuova classe dirigente, è stato
finalmente colmato. E' di quest'anno infatti la notizia che le autorità fiscali
sudafricane hanno emanato una serie di norme in materia di "transfer pricing" e
di "thin capitalization" che, pur essendo "giovani" e quindi non
ancora collaudate, porteranno il sistema tributario del Sudafrica ai livelli di quelli dei
Paesi più avanzati sotto il profilo della lotta all'elusione fiscale.
Per quanto riguarda il
"transfer pricing" le nuove leggi, come di consueto, stabiliscono che le
autorità sudafricane possono, con un certo margine discrezionale, rettificare ai fini
fiscali il prezzo di trasferimento di un bene, sia esso materiale o immateriale, qualora
tale prezzo sia stato fissato senza prendere in considerazione da una parte l'effettivo
costo di produzione del bene e dall'altra il livello dei prezzi correnti sul mercato
internazionale per beni o servizi dello stesso tipo.
Diverso, e un pò più complicato,
è invece il discorso per ciò che riguarda le norme sulla sottocapitalizzazione (thin
capitalization). In linea del tutto generale le nuove leggi stabiliscono che le autorità
fiscali sudafricane possono riclassificare come flusso di dividendi i pagamenti di
interessi relativi a finanziamenti intercorsi tra entità collegate qualora l'importo del
finanziamento sia considerato eccessivo rispetto all'ammontare del capitale netto della
società finanziata. Ai fini della riclassificazione dei pagamenti, le due entità che
intervengono nella transazione si considerano collegate qualora la società erogante
detiene una partecipazione non inferiore al 25% nel capitale della finanziata, o comunque,
è titolare del 25% dei diritti di voto.
Come si può ben vedere anche il
Sudafrica, come del resto tutti i Paesi interessati da cambiamenti così radicali, si sta
preparando ad affrontare l'afflusso di capitali dall'estero; un afflusso che sarà tanto
più massiccio quanto più le autorità sudafricane saranno capaci di eliminare quelle
poche barriere all'entrata che sono rimaste dal vecchio regime. In ogni caso si può
tranquillamente affermare che la strada intrapresa è quella giusta. La conferma è nei
fatti. La stessa Commissione d'inchiesta, presieduta dal Prof. Michael Katz, delegata
dalle autorità governative ad analizzare le possibili riforme fiscali da mettere in atto
nel prossimo futuro, ha rilasciato una serie di raccomandazioni che ben si sposano con
l'obiettivo di attirare gli imprenditori stranieri ad investire in Sudafrica; a cominciare
dall'istituzione di zone franche e di particolari regimi fiscali per gli imprenditori
stranieri che concentreranno i loro sforzi finanziari in determinati settori produttivi.
E' quindi cominciata una nuova era
per il Paese. Un'era caratterizzata da notevoli incertezze ma anche da notevoli
opportunità di sviluppo che, se ben sfruttate, potranno fare del Sudafrica uno dei Paesi
più appetibili sotto il profilo fiscale. |