1995: NUMERO 3

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SPECIALE FINANZA
EFFETTO "DOMINO" SULLA FINANZA MONDIALE

di Fernando Pietrostefani
Amministratore Delegato della I.S.S. S.p.A

Quattro indagini mettono in luce rischi e potenzialità della libertà di movimento dei capitali.

Prima o poi doveva succedere. La tempesta valutaria che si è abbattuta sulla lira non è isolata. E' parte di una specie di "domino" che ha portata planetaria. Che interessa Paesi sviluppati e non. Che ha eco in ogni emisfero. Provocata dall'enorme massa di capitali in libertà che si spostano vorticosamente in pochi istanti grazie alle nuove tecnologie. Che attraversano i "paradisi fiscali" per accedere, magari solo per poche ore, nell'area del dollaro, del marco, della lira, in quantità tali da provocare trambusti ad ogni spostamento.

La richiesta di contromisure per attutire gli effetti di questo viavai di capitali si fa così sempre più pressante. In Italia, in questo periodo, è notevole. Da quando alla fine di febbraio l'UIC ha rilevato che la bilancia valutaria dei pagamenti italiana registrava un saldo passivo di 3.661 miliardi contro un saldo attivo di 5.078 registrato solo dodici mesi prima, l'allarme rosso contro la fuga di capitali, ritenuta foriera di pericolose altalene per la stabilità della nostra moneta, è scattato. Ed ha dato origine a prevedibili reazioni.

L'ultima è quella di Nomisma, che presentando, a Bologna, il suo annuale rapporto sull'industria italiana per bocca del suo vicepresidente prof. Patrizio Bianchi ha indicato un precisa linea di politica economica: la "concertazione europea" antispeculativa capace di evitare sobbalzi alla stabilità delle monete e dei cambi. Bianchi ha detto di avere l'impressione che non solo l'Italia ma tutta l'Europa dovrà riporre sotto controllo i cambi. Mentre tutte le banche centrali europee dovranno essere disposte a intervenire contro la speculazione.

Lo stesso direttore generale del Fondo monetario internazionale, Michel Camdessus ha parlato di necessità di un rafforzamento dei poteri di controllo del FMI sugli scambi internazionali: l'85% di quelli mondiali, ha precisato Camdessus, riguardano i paesi del G7, l'Europa e gli USA e sono quindi in qualche modo governabili. La fragilità finanziaria incorporata nel sistema internazionale - ha aggiunto Salvatore Biasco, presidente della Società Italiana degli Economisti - va corretta con decisione poiché è condizionata dalla speculazione.

Va detto che questo ritorno al desiderio di controllare i movimenti di capitali non è solo italiano. La Colombia e l'India ed alcuni altri Paesi asiatici hanno restrizioni sui movimenti di capitale a breve. Il governo delle Filippine sembra intenzionato ad introdurre una tassa sugli investimenti di portafoglio all'estero. A differenza del Messico, e dell'Argentina, dove è alto l'ammontare di investimenti esteri di portafoglio il Cile - che applica misure di restrizione sui capitali a breve - ha subito meno il trauma del deflusso di capitali.

Ma allora? Che fine ha fatto la "frenesia di libertà" degli anni Ottanta? Dove sta la verità: nel blocco o nella libertà del denaro di valicare le frontiere? Il dibattito è apertissimo. Le considerazioni pro e contro si accavallano. Le ricette paiono divergere se sono applicate ad un Paese emergente oppure ad un Paese già sviluppato. La libera circolazione dei capitali può danneggiare se il Paese emergente non ha ancora liberalizzato il sistema dei prezzi e il commercio poiché può distorcere l'ottimale allocazione degli investimenti. Senza contare che l'apprezzamento del cambio può far perdere competitività al Paese.

Ancora in Cile le esportazioni, che sono state uno dei principali fattori di successo dell'economia, sono state difese dal prepotente afflusso di capitali stranieri. All'inizio il governo tentò - era il 1990 - di neutralizzare l'effetto espansivo derivante dall'afflusso di capitali emettendo titoli del Tesoro. Ma l'operazione non ebbe successo. Nel 1991 ci riuscì attraverso un moderato apprezzamento del cambio e una restrizione dell'afflusso dei vari capitali a breve, accrescendo il rischio di cambio per gli investitori esteri grazie soprattutto all'allargamento della banda di oscillazione con il dollaro.

Poi furono introdotte misure ancora più forti: l'imposta sulle transazioni ed elevati requisiti di riserva sui crediti esteri. Ma il successo di questo piano è discutibile e discusso: non può durare all'infinito poiché impedisce una corretta efficienza ai mercati finanziari ed un equilibrato afflusso di investimenti con una pecca in più: scoraggia gli investimenti diretti, che si orientano preferibilmente verso mercati deregolamentati. Ecco il punto.

La "querelle" che si sta sviluppando riporta al centro il problema fiscale. E' il fisco infatti il vero elemento di attrazione o di repulsa di capitali. Un sistema fiscale intelligente appare come arbitro della complessa questione.

Non è più il caso - oggi - di parlare di fughe di capitali. Oggi i capitali non fuggono ma si spostano allocandosi dove trovano più conveniente farlo. E vengono premiati i Paesi con un fisco intelligente, attrattivo per l'industria, equo con gli imprenditori. Quando invece il fisco è tiranno i capitali cambiano méta, portando via sviluppo e progresso, provocando tensioni sui tassi e deterioramento del cambio del Paese tiranneggiato dal fisco. Lo ha ricordato il presidente della Confindustria Italiana Abete al convegno di Business International a Roma. Lo conferma il Bollettino Economico della Banca d'Italia con dati emblematici: il deflusso di fondi non bancari nel 1994 è stato di 42.417 miliardi mentre l'anno precedente c'era stato un afflusso per 95.909 miliardi. Visto che il nuovo anno è cominciato male, come abbiamo visto, non c'è troppo da stare allegri. L'uscita dei capitali è stata solo parzialmente compensata dai movimenti di capitale legati all'attività bancaria. Ma è stata accentuata dalle operazioni di investimento all'estero da parte degli imprenditori italiani. Con una conclusione: dalla liberalizzazione valutaria in poi il deflusso di investimenti ha sopravanzato l'afflusso di investimenti esteri. Il cambio non poteva non risentirne. Ma non bisogna precipitare: il protezionismo valutario non è una risposta da Paese avanzato.