| 1995: NUMERO 1 | TORNA ALL' INDICE GENERALE |
| SPECIALE FINANZA. RISPARMIO E FISCO: UN RAPPORTO DA APPROFONDIRE. di Ferdinando Pietrostefani Amministratore Delegato della I.S.S. S.p.A. UNO STUDIO DELL'OCSE RIVELA QUANTO SONO FORTI I CONDIZIONAMENTI DELLE POLITICHE TRIBUTARIE SULLA "VOGLIA DI RISPARMIO". La "voglia di risparmio" può essere pesantemente condizionata dal fisco: in positivo, ma anche in negativo. E l'ammontare dei risparmi, nonchè la loro allocazione variano di importo e di destinazione a seguito delle varie politiche tributarie impostate dagli Stati. E' questa la conclusione cui giunge uno studio dell'OCSE recensito poche settimane fa da "The economist journal". Il documento rimarca che i Paesi industrializzati risparmiano troppo poco rispetto alle loro potenzialità, un fatto che preoccupa gli economisti e che trova conferma nei dati: la quota del risparmio rispetto al Pil a partire dagli anni Settanta è progressivamente calata. E la discesa non riguarda soltanto il risparmio privato ma anche quello pubblico. Non si può sottovalutare il problema: se l'intero mondo dimenticasse di risparmiare - è questo il monito implicito nell'analisi - vi sarebbero meno investimenti; la crescita economica sarebbe messa a repentaglio. Alti risparmi portano ad un aumento degli investimenti e ad un crescente rapporto tra capitale e lavoro, con conseguente aumento del reddito pro-capite. Al contrario, un'eccessiva dose di risparmio andrebbe inevitabilmente ad incidere sui consumi: ne provocherebbe una contrazione. E a fronte di un alto tasso di risparmio, e quindi di potenziale ricchezza per le generazioni successive, sarebbe pesante il clima creato da uno stallo nella vendita dei prodotti. Esiste, in sintesi un "punto d'equilibrio" da rispettare. E' proprio su questo punto che incide il sistema fiscale: condizionando il tasso "ideale" di propensione al risparmio. Se infatti per mantenere i livelli di reddito vengono penalizzati i consumi si rischia un andamento ondivago. Quando i risparmi crescono sotto il tasso ideale vi saranno minori investimenti, sarà contratto il reddito e i futuri consumi. Ad un aumento superiore al tasso "magico" la futura spesa per consumi sarà sospinta dalla porzione di reddito risparmiata ma la società non godrà mai dei passati risparmi. Ebbene, le economie occidentali oggi non sembrano risparmiare troppo, ma troppo poco, spiega l'indagine dell'OCSE. Ma in che modo c'entra il fisco? E' presto detto. Secondo l'OCSE le tasse pagate sia sul reddito risparmiato che sul reddito derivante dal risparmio accumulato fanno sì che il rendimento netto del risparmio scenda al di sotto di quello dell'investimento. I risparmiatori di molti Paesi, infatti, pagano le tasse sul rendimento nominale derivante dagli interessi mentre dovrebbero pagarle soltanto sul guadagno reale, visto che il restante rendimento compensa l'erosione dell'inflazione sul capitale. Inoltre la maggior parte dei governi concede esenzioni fiscali su precise tipologie di risparmio con effetti contrastanti. Cosa ne deriva ? Avviene ad esempio che un più elevato guadagno sui risparmi, sebbene dovuto ad esenzioni o agevolazioni fiscali, dovrebbe spingere gli operatori, cittadini e imprese, a risparmiare di più. Almeno dell'ammontare che può rendere più conveniente la spesa futura rispetto a quella attuale: si può parlare di una specie di effetto di sostituzione. Ma d'altra parte esiste un effetto reddito non meno incisivo: più elevati guadagni sul gruzzolo messo da parte mettono in condizione i risparmiatori di fruire dei consumi futuri con una minore quota di risparmio corrente. L'esempio classico si può fare analizzando i piani di risparmio, quelli americani, per incominciare. Vediamo gli IRA, cioè gli Individual Retirement Accounts oppure i Keogh plan. Essi hanno attratto a partire dal 1986 e quindi nell'arco di un decennio un ammontare di fondi equivalente alla terza parte di tutti i risparmi degli Stati Uniti: questo denaro non poteva certo configurarsi come risparmio "nuovo"; era piuttosto uno smistamento di altre attività. E ciò avveniva mentre i risparmi nazionali totali non subivano rilevanti variazioni. Cosa dedurne: che il fisco determinava effetti distorsivi sull'allocazione del risparmio. Si pensi ancora al prelievo fiscale basato sul prelievo dal reddito: esso ha forte impatto sui risparmi finalizzati all'acquisto di una casa: ebbene, un trattamento fiscale favorevole ai prestiti per l'acquisto della casa è capace di incoraggiare i capifamiglia a contrarre mutui di questo tipo. Orbene, gli interessi su questi prestiti, in genere, in tutti i paesi dell'OCSE sono del tutto o almeno in parte deducibili dalle tasse. Ancora una volta è il fisco a svolgere la parte del protagonista, condizionando l'andamento dei flussi di liquidità. Un'ultima indagine, compiuta questa volta in America del Nord e nei Paesi Scandinavi rivela che questi Paesi, che hanno concesso maggiori deduzioni nella spesa per interessi, hanno registrato un tasso medio di risparmio pari al 2% del reddito nella seconda parte degli anni Novanta, mentre i Paesi meno generosi fiscalmente nei confronti del risparmio hanno ottenuto un tasso di risparmio medio estremamente ridotto. C'è quindi una notevole influenza del fisco sul risparmio. La pressione tributaria, dosata attentamente, riesce ad incanalare i risparmi verso specifiche attività, ad esempio la previdenza o la casa. Ad essere penalizzati dal fisco sono, nella gran parte i depositi bancari, i titoli obbligazionari e le azioni. Eco di tale tendenza, nella quale il nostro Paese è perfettamente inserito giunge dall'Associazione Bancaria Italiana che, recentemente, per bocca del suo presidente prof. Tancredi Bianchi, ha lanciato un "grido di dolore" per denunciare come la pressione fiscale sulle attività bancarie sia cresciuta in maniera decisamente penalizzante. Un sistema fiscale ideale, è la conclusione che si può trarre dallo studio, dovrebbe trattare con equità tutte le forme di risparmio, proprio per evitare distorsioni nelle libere scelte degli investitori e degli operatori in genere. Non è peraltro facile rimuovere alcune incrostazioni. Non è agevole, ad esempio, eliminare il trattamento favorevole riservato alle pensioni: ragioni politiche, oltre che tecniche lo impediscono. Si tratta allora di estendere alcuni benefici anche ad altre forme di risparmio. Germania e Olanda, ad esempio consentono agli operatori di guadagnare interessi esenti da imposte fino ad un certo ammontare ogni anno. Ma qual'è il sistema fiscale più efficiente? Probabilmente quello che impone le tasse sui consumi, così che i risparmi risultino automaticamente esenti. In tale prospettiva, coloro che spendono più di quanto guadagnano - avvalendosi di prestiti o vendendo attività - vengono tassati su una base che eccede i loro redditi. Viceversa l'uomo ricco che vive in modo frugale potrebbe trovarsi a dover pagare meno tasse sui suoi averi. Il tutto rivalutando la parsimonia a spese della prodigalità: una strada indicata nel libro bianco pubblicato dal prof. Giulio Tremonti nella sua breve permanenza al ministero delle Finanze e che non merita di essere abbandonata. |